Il mistero del busto di un
togato che «sopravvive»
fra i sacchetti di rifiuti

Il mistero del busto di un togato che «vive» con i rifiuti
Il mistero del busto di un togato che «vive» con i rifiuti
Venerdì 8 Luglio 2022, 16:22 - Ultimo agg. 21 Luglio, 16:48
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Un pezzo di storia lì, un altro là. L’idea che l’Italia sia un paese d’arte e di reperti si coagula ogni qual volta spunta un cimelio da uno scavo o lungo una parete. E poi, ci sono i busti messi a sollevare angoli che hanno anche un valore simbolico e il fatto che siano circondati da spazzatura è solo la dimostrazione di quanto la storia resista anche a una raccolta differenziata fatta male. È ciò che succede a Sala, quartiere di Caserta, budello di stradine di passaggio racchiuso in «vielle» strette di pietra. Scendendo da San Leucio, prima di giungere all’incrocio e al ponte della Reggia, c’è la statua di un togato del I secolo d.C. incastonata nell’angolo di una stradina sulla destra.

L’IPOTESI

Secondo gli storici, la statua doveva rappresentare un esponente importante della comunità e il reimpiego del 
busto (senza testa, ora) nell’edificio moderno, sottolinea come gli abitanti del posto abbiano voluto mostrare in pubblico il legame con la cultura romana. Status simbol dell’epoca, ora i passanti nemmeno la vedono, la scultura. Dalla viella dove si trova, di sera sbucano cittadini che raccolgono i sacchetti attorno al dorso di un avvocato o di un giudice, chissà. In fondo, agli attuali abitanti di Sala, nonostante la riverenza imposta dalla toga, poco importa chi sia stato: basta cambiali in bianco a un ipotetico notabile! Intanto, il togato resta fermo con i suoi secoli sulle spalle e vedrà anche questa generazione andar via. Come tutte le altre.

L’ARRIVO

Ma come ci è finito lì? La verità è che, in genere, il fenomeno del reimpiego di colonne, statue e altri elementi architettonici è tipico del Medioevo, del Rinascimento e della prima età moderna. Il Medioevo è un’epoca ricca di riferimenti alla cultura simbolica e il riuso di colonne antiche non è dovuto solo alla praticità- ovvero al raccogliere colonne già belle e fatte dalle rovine romane per riusarle per costruire chiese e palazzi nuovi - ma ci sarebbe anche una causa «culturale»: salvare e riusare i reperti antichi significava letteralmente ripescare il meglio della cultura antica per tramandarla ai posteri, come diceva Sant’Agostino il quale sosteneva che la cultura letteraria classica (Virgilio, Platone, Seneca, ecc..) non doveva essere buttata a mare perché di matrice non cristiana, ma bisognava individuare nell’antico quel buono che fungeva da anticipazione del messaggio cristiano. La statua di Sala non è l’unica opera cementata nelle pareti delle città. A Capua, c’è una stele funeraria in via dei Principi Normanni. Nessuna esclusiva per Sala.

LA FINE

E così, senza andare troppo per il sottile, il 
busto del giurista è stato sì riutilizzato come base di una colonna ad angolo a Sala, ma allo stato è piena di sacchetti di spazzatura. La storia che marcisce è il nuovo paradigma di una città che non valorizza ciò che ha. Gli studiosi hanno persino pensato che fosse una statua proveniente dal tempio di Diana Tifatina che sopravvive ancora oggi sotto la Basilica di Sant’Angelo in Formis. Un pezzo di statua lì, un altro là. La storia si ripete. 

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