Un solo morto in 10 anni,
la strategia dei nuovi Casalesi

Venerdì 12 Aprile 2019 di Mary Liguori
Cosa succede quando la camorra non spara? Succede che, al posto dei morti ammazzati, si contano i politici, gli imprenditori, i colletti bianchi e gli esponenti delle forze dell'ordine arrestati per legami con la criminalità organizzata. Perché la camorra di terza generazione, ormai un'impresa, è una piovra che arriva fino in parlamento. Che insozza le prefetture e biascica a certa stampa cosa pubblicare. Casalesi spa, la storia recente pullula di inchieste sugli insospettabili e annovera un solo omicidio negli ultimi dieci anni. Quello di Nicola Picone, ammazzato ad Aversa a ottobre dai clan di Secondigliano. Se nell'oceano criminale Napoli è un banco di piranha pazzi pronti a divorarsi l'un l'altro, la camorra casertana è una balena dormiente, apparentemente innocua, ma capace di fare un sol boccone di qualsiasi cosa le si pari davanti. I Casalesi hanno appeso al chiodo le pistole per prendere la ventiquattore. Ché, a conti fatti, il compromesso e la corruzione rendono più di minacce, attentati e morti ammazzati.
 
Patti e alleanze in tutti i campi. In primis con le famiglie di confine ché, all'ombra della Reggia, lo sanno bene: anche la regina ebbe bisogno della vicina. E allora a Pignataro Maggiore ci sono i Nuvoletta coi Lubrano. Una famiglia che parla direttamente con Cosa Nostra, dopotutto, fa sempre comodo. L'alleanza la strinsero con un matrimonio. È tradizione criminale. Sotto la benedizione dei Casalesi che, oggi, strisciano sotto traccia, storditi sì dal pentimento prima di Antonio Iovine e poi del rampollo di casa Schiavone, Nicola, ma ancora e forse ancor più vigorosi. Il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, è stato chiaro: «Guai a considerarli sconfitti». La calma apparente è strategica. Sia la fazione Schiavone che quella di Zagaria sono più vive che mai. Tanto da aver mosso alcuni dei fili delle elezioni regionali del 2015. I clan casertani trafficano sott'acqua. Ed ecco che un capoclan torna libero dopo dieci anni di galera, si dà alla chiesa, e da un lato prega, dall'altro apre ditte per i subappalti pubblici, collaudato escamotage per beffare la normativa antimafia. È la storia recentissima dietro l'arresto del «Rockfeller» di Marcianise, il boss Pasquale Piccolo. Non solo Casalesi, dunque, ma casalese parlano, a leggere le ultimissime informative della polizia giudiziaria, alcuni manager di Reti Ferroviarie Italiane, che secondo i pm rispondevano a uno Schiavone, imprenditore assolto nel maxiprocesso Spartacus, ma padrino di battesimo del pentito Nicola, figlio di Sandokan. Soldi a palate. Così si sono fatti spazio i Casalesi e sono arrivati proprio ovunque. Casal di Principe, San Cipriano d'Aversa e Casapesenna quasi le hanno lasciate perdere. Al punto che consentono anche che si spacci, un contrordine ai dettami dei vecchi boss, come Michele Zagaria, ergastolano al 41bis che ogni paio di mesi si fa cacciare da qualche penitenziario. Che stia impazzendo? I magistrati lo escludono. Era il «ministro dell'economia» del clan. Tra le sue «creature» il centro commerciale Jambo e le pasticcerie Butterfly, i dolci low cost dei Casalesi sono stati venduti in tutta Italia.

Ma è su due aspetti che si stanno concentrando le indagini più vicine nel tempo. Aspetti inquietanti, tutti da esplorare. Una parte dei colletti bianchi che risponde ai Casalesi è all'opera da tempo per recuperare quanto lo Stato ha confiscato. Auto di lusso, motociclette, immobili passano per le aste giudiziarie. I Casalesi si servono di prestanome per riprendersi la roba. I soldi li mettono loro, i camorristi; la faccia e i documenti sono delle «teste di legno». L'inchiesta starebbe però riguardando anche una serie di avvocati e alcuni dipendenti del ministero. Storie ancora da verificare. È già oggetto di un dispositivo del gip, invece, l'infiltrazione nei servizi sociali. I figli del boss Del Vecchio sono indagati per avere ottenuto l'affidamento di minori tolti a famiglie inadeguate e ragazzi dell'area penale destinati alla riabilitazione. Le coop dei Casalesi operano da dieci anni con l'accredito della Prefettura e del Centro di giustizia minorile di Napoli. Una svista? Niente affatto. Il criterio di accreditamento non passa per le verifiche antimafia. Ma, secondo la Dda, le Del Vecchio sono state favorite a scapito di società prive di parentele criminali. S'indaga per reati che vanno dall'associazione per delinquere al concorso esterno in associazione mafiosa fino al riciclaggio. È un giro, quello dei minori, che vale mezzo milione di euro l'anno per ogni coop finita nel mirino. L'area sociale e le aste giudiziarie sono dunque solo gli ultimi casi investigativi sui quali si fa luce.

Nel luglio scorso, la camorra casalese è stata addirittura sulla bocca dell'inviato del Papa a Medjugorje. Un clamoroso discorso quello dell'arcivescovo polacco Henrick Hoser, commissario di Bergoglio in Erzegovina. «Qui il Bene e il Male sono in lotta perenne, le mafie campane fanno affari a Medjugorje». L'inviato pontificio faceva riferimento all'inchiesta sull'esorcista Michele Barone, arrestato nel 2018 per abusi su minore, vicino al cardinale un tempo a capo dell'Opera Romana dei Pellegrinaggi. Per i pm, Barone organizzava i viaggi in Erzegovina con fondi di dubbia provenienza. E, quel sacerdote ora sotto processo, è il cugino omonimo di Michele Barone, oggi pentito, un tempo uomo di fiducia del boss Michele Zagaria. Nel Veneto, nei mesi scorsi, è scoppiato il finimondo quando in manette sono finiti Luciano Donadio e Luciano Buonanno, trapiantati ad Eraclea un decennio fa, erano riusciti a mettere imprenditori e politici a busta paga. Arrestarono pure il sindaco, eletto secondo la Dda di Venezia con la spinta del clan. Venne fuori, in quel frangente, il contatto che Donadio vantava con il contabile italiano di uno sceicco arabo che gli avrebbe consentito di ripulire milioni di euro negli Emirati. E, come se non bastasse, nell'Est Europa è sotto sequestro l'impero di Zagaria: il suo uomo, Nicola Inquieto, è a processo in Italia, ma i sigilli della Dia sono solo virtuali a Pitesti, dove i Casalesi hanno costruito mezza città perché la normativa antimafia non è nel codice penale rumeno. Ormai lontani da Casal di Principe sono anche gli affari relativi agli appalti e all'edilizia, con un piede a Lucca, l'altro a Milano, e mani nel Basso Lazio dove si sono impiantati sin dagli anni 90 con la «fuga» dei Bardellino. Ma i Casalesi sono anche nella Capitale. Per colpire i rampolli di un ras, è rimasto gravemente ferito, a febbraio, il giovane Manuel Bortuzzo, promessa del nuoto centrato alla schiena dal proiettile destinato ai figli di un camorrista. E anche ad Acilia è scattato il campanello d'allarme. E giù servizi giornalistici e sos per la legalità. Ché, dopotutto, solo il piombo fa rumore. © RIPRODUZIONE RISERVATA