Jabil, il dramma di Nicola e gli altri:
pensione lontana ma già vecchi

Mercoledì 26 Giugno 2019 di Mary Liguori
Inviato a Marcianise

La strada che porta alla Jabil, da Napoli, è lastricata di buche, avvallamenti, asfalto disconnesso, rotonde infestate da piante, dove la sensazione di finire in rotta di collisione con le macchine provenienti da altre direzione è impossibile non sentirla. Un rischio continuo, che si perpetua da anni, che accomuna le migliaia di lavoratori che tra gli anni 80 e 90 hanno trovato a Marcianise la loro «America». Un lavoro stabile, nel polo industriale più promettente del Mezzogiorno. La possibilità di crescere, di fare carriera, di far parte di un'azienda che mette al primo posto i propri dipendenti. America, come la Jabil che, nel 2015, per un euro acquisisce dalla Ericsson il suolo dove ieri mattina Francesco, dipendente come gli altri a rischio licenziamento, batte forte la suola delle scarpe. «Fibra ottica, Adsl, tutto quello che oggi voi giovani date per scontato, lo abbiamo fatto noi, qui, in questo stabilimento. Dalla Ericsson alla Siemens, fino alla cessione a Jabil: questa è una fabbrica di eccellenza».
 
Con lo spettro dei licenziamenti e il countdown dei 75 giorni scattato dopo il tavolo in Confindustria Caserta, «questo nostro essere troppo specializzati è una condanna: non troveremo un altro lavoro, non come questo». Marcianise, via per Casapuzzano, la strada principale per raggiungere il polo, che costeggia la zona industriale di Pascarola e lo stir di Caivano, non è mai stata collaudata. È l'emblema della disattenzione istituzionale atavica che rende la Jabil, e altre aziende, cattedrali nel deserto. Il sole scotta forte, i 700 dipendenti della multinazionale americana che ha già chiuso gli altri due stabilimenti in Italia, sono di picchetto per il primo giorno di sciopero. «Lavoro alla Facility Supervisor, ho 45 anni e sono di Pomigliano d'Arco, ma vivo a Marcianise, la città di mia moglie. Lavoro qui da 23 anni, ho vissuto tutti i passaggi aziendali, i cicli di cassa integrazione, l'ultimo scadrà il 23 settembre, ora mi sembra di vedere davanti a noi un capolinea». Nicola e la moglie furono assunti insieme. Tre anni fa lei, come molti altri dipendenti, scelse di lasciare il lavoro per dedicarsi alla famiglia, approfittando degli incentivi offerti dall'azienda per far fronteggiare gli esuberi. «Per alcuni aspetti, era conveniente. Le buonuscite dell'azienda erano economicamente vantaggiose». «Alcuni - raccontano gli operai in sciopero - hanno ottenuto anche 100mila euro, una somma considerevole per una famiglia di operai»: nelle loro parole c'è rammarico. «Se avessimo immaginato, all'epoca, un simile epilogo, avremmo accettato la buonuscita e la ricollocazione».

A rischio licenziamento ci sono 350 dipendenti, la metà del personale. L'età media è 45 anni. Come Nicola, sono tutti troppo giovani per la pensione e troppo vecchi per la ricollocazione. Soprattutto in questo deserto di opportunità che è il Sud Italia. Tra loro, tra chi rischia il posto, c'è Michele Letizia, che di anni ne ha 53 anni. Abita a Marcianise, è la matricola 19-025, vale a dire il 25esimo assunto, il dipendente con più anni di carriera alle spalle. «Nel 1994 noi stessi, con le nostre auto, portammo qui il materiale dallo stabilimento di viale Carlo III. Nel 97 fui trasferito nella sede dell'ex Olivetti, dove c'era il mio reparto. La Jabil ha poi rilevato il ramo d'azienda e ora siamo tutti qui: ex dipendenti ex Marconi, ex Ericsson, ex Nokia-Siemens. Eravamo 1400, oggi siamo 750. Nel tempo, la multinazionale americana è sempre stata puntuale con le esigenze di noi dipendenti. Per la Cig, non ci è mai toccato aspettare un solo giorno, così come per lo stipendio. La Jabil che ha usufruito di tanti incentivi statali, ma è sempre stata corretta. Anche in questa fase drammatica, dopotutto non siamo certo stati messi alla porta come i dipendenti di Mercatone Uno, né trattati come i lavoratori della Whirlpool». E pure la procedura di licenziamento annunciata due giorni fa non è arrivata all'improvviso. «Era nell'aria da almeno un anno spiega una delle tante dipendenti donna - fino a qualche anno fa la quota rosa era al 50 per cento: l'azienda prediligeva la manodopera femminile, più precisa e abile nella manualità. Ci aspettavamo un taglio di 200 unità, ora si parla del dimezzamento. Non siamo per niente fiduciosi».

La rassegnazione, alla Jabil, si percepisce nell'aria immobile di questa estate d'inferno scoppiata all'improvviso. «Andremo a Roma, domani, tenteremo di far valere i nostri diritti in ogni sede, ma sappiamo che il destino di questo stabilimento è già scritto». Al Mise è previsto il tavolo tra azienda, ministro e sindacati. «Di Maio è del mio paese. Da uomo del Sud, mi aspetto che entri nella nostra e in altre vertenze con risolutezza», dice Vincenzo, un altro operaio. «Ma guardiamo in faccia la realtà: il nostro settore è stato affossato qui in Italia dalla concorrenza dei Paesi dell'Europa dell'Est e dalla Cina. La manodopera a basso costo ci ha azzoppati. Penso che neanche il ministro possa fare granché per invertire questo senso di marcia». © RIPRODUZIONE RISERVATA