Jerry Masslo, 30 anni dopo l'omicidio
i nuovi schiavi nei campi per 2 euro

Venerdì 23 Agosto 2019 di Antonio Menna
Nel piccolo cimitero, bianco e luminoso, di Villa Literno, la tomba di Jerry Essan Masslo è un sarcofago di marmo in una zona laterale, al centro di un quadrilatero, con una piccola foto appoggiata come sul petto, e le lettere composte verso il cielo. Accanto ci sono altre tombe senza nome e senza foto. Tombe mute. Sono altri migranti morti in circostanze drammatiche di cui non si sono potute ricostruire le identità e che riposano lì, accanto a Jerry, come a costruire una ideale terra santa dei martiri del lavoro e della marginalità. Vittime di una vita agra, nera di lutto e di pelle.
 
Nessuno qui ha dimenticato quel ragazzone sudafricano elegante che dormiva con altri ventotto migranti in un capannone abbandonato di Villa Literno e all'alba, al quadrivio, si lasciava caricare dai caporali per lavorare nella raccolta dei pomodori. Fu ucciso con 3 colpi di pistola esattamente trent'anni fa, proprio in quella catapecchia, durante una rapina che puzzava di razzismo.

Trent'anni da vivo, trent'anni da morto, Jerry Masslo: la memoria è vivida ma l'esempio è dimenticato. Trent'anni dopo i segni dello sfruttamento sono ancora lì, impastati alla povertà, all'emarginazione. Decine di ragazzoni neri e forti stazionano fin dall'alba lungo alcune rotonde della circumvallazione esterna di Napoli. C'è l'incrocio del Parco commerciale di Giugliano, che porta al mercato ortofrutticolo e poi diritto sullo stradone per Casapesenna e Villa Literno. La chiamano Terra di lavoro: è zona di sudore, di zappa e famiglia. Ma quelle braccia forti diventano anche crocevia di disumanità. Vengono caricati su furgoni malandati e catapultati nei campi. Si raccolgono pomodori, fagiolini, ortaggi: colture che spezzano la schiena. Due euro l'ora per dieci ore almeno di fatica senza sosta. Cinque euro vanno al caporale. Sarebbe, in realtà, il biglietto per il trasporto: ma senza quel furgone non lavori. E' una tangente. A sfruttare sono bianchi e italiani. A essere sfruttati sono per lo più neri e stranieri. Arrivano alle rotonde con biciclette cadenti, probabilmente recuperate dai rifiuti, messe insieme con filo di ferro e spago. Spesso non si vedono nel buio e rischiano la pelle, ai bordi di queste vie a scorrimento veloce. Ad Arzano, a Casavatore, oppure verso Varcaturo e Licola. Sono almeno sette le rotonde degli schiavi tra Napoli e Caserta. Sono identiche a quelle che alla fine degli Anni Ottanta vedevano stazionare Jerry Masslo e i suoi compagni.

A Licola, oltre al solito punto di raduno intorno alla stazione di servizio della Domiziana, a pochi passi dal depuratore di Cuma, ci sono tre edifici diroccati trasformati nel tempo in accampamenti per migranti fantasma, gente che vive ai margini, sfugge a qualunque anagrafe, che non sia dell'amicizia e dei sentimenti; gente che vive non alla giornata ma all'ora, e ciondola in attesa di qualcosa, aggregandosi come per farsi forza tra deboli, che camminano lungo le strade, guardandosi intorno come se da qualche parte potesse arrivare una proposta. Alcune auto si fermano, caricano un paio di ragazzi. C'è chi li ingaggia per i traslochi (dieci euro a lavoro), chi per lavori di forza nei cantieri. Vivono in trenta nei palazzi diroccati, proprio come Jerry. Aspettano i padroni lungo la strada, proprio come Jerry. Si guardano le spalle, come invece Jerry non riuscì a fare. Lungo il litorale domizio compaiono anche gruppetti di donne di colore, alcune molto giovani, che stazionano ai bordi della strada, probabilmente per prostituirsi, e poi andando verso Mondragone, curiosamente spunta una folta, inedita, comunità bulgara. Bianchi e schiavi. Anche loro maschi e femmine vengono sfruttati nei campi. Un euro a cassetta per i pomodori. Venti euro al giorno per la frutta. Qualcuno si porta dietro anche i bambini, che danno una mano. Famiglie intere utilizzate come macchine per fare profitto. Impossibile avvicinare qualcuno: le bocche restano chiuse, le foto meglio farle da lontano. C'è la paura da uomo selvatico, che è costretto a diffidare di tutto e proteggere con gli occhi di fuoco, quel poco che ha, cioè se stesso, una moglie, un figlio. Una idea di futuro che è appena abbozzata. Il movimento Scene da 2019, trent'anni dopo il sacrificio di Jerry. Un'Italia migliore? Sembra addirittura peggiore. Dopo la morte di quel ragazzo sudafricano si mise in moto un enorme movimento antirazzista. La storia stessa di Masslo emozionò tutti. Figlio di contadini, orfano di padre (ucciso durante una manifestazione), fuggì in aereo da guerra e miseria, dal Sudafrica dell'apartheid. Trattenuto 4 mesi a Fiumicino perché non gli riconobbero lo status di rifugiato, entrò poi nella Comunità di Sant'Egidio, a Roma, ma d'estate raggiungeva la campagna casertana per lavorare. La sera del 24 agosto di 30 anni fa, tre balordi di Villa Literno fanno irruzione nel capannone dove Jerry vive con altre 28 persone, e provano a rapinare tutti. Qualcosa va storto, uno dei rapinatori spara e uccide il ragazzo. Nelle settimane precedenti erano comparsi manifesti razzisti per ronde contro i neri. Una morte che sconvolge e apre una finestra su un mondo di marginalità.

Arriva anche l'allora vicepresidente del Consiglio, Martelli. Due mesi dopo, a Roma, nel nome di Jerry parte la prima grande manifestazione antirazzista italiana. Duecentomila persone in piazza. Nasce da lì la legge Martelli che facilitò l'asilo politico e fece emergere dalla clandestinità 220mila immigrati irregolari. Sembrava una svolta. Nel nome di Jerry, da allora, sono nate associazioni, premi, iniziative. Ma trent'anni dopo, il problema è ancora più grave, sotto un cielo più cupo. Domani, per il trentesimo anniversario, qualche voce si alzerà solo dai sindacati e dalla Comunità di Sant'Egidio, che per ricordare Masslo si sono dati appuntamento alle 17, proprio al cimitero, sulle tombe degli esclusi. Una marcia silenziosa, è stata definita. E il silenzio è generale. Ultimo aggiornamento: 14:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA