La realtà dopo anni di veleni e ritardi:
«Si può solo mettere in sicurezza»

di Marilù Musto

«Bonifica è una parola un po’ ingombrante, parliamo di messa in sicurezza». Girare intorno alle parole è un meccanismo che permette di spiegare meglio cosa sta succedendo sul sito della Resit, l’invaso di veleni sulla linea di confine fra Giuliano e Parete, un tempo appartenuto all’imprenditore Cipriano Chianese. «La bonifica è il ripristino dei luoghi, impossibile in questo caso», spiega Mario De Biasio, il commissario incaricato di gestire l’operazione. E quindi, meglio piantare alberi sulla discarica profonda 27 metri per un milione di metri cubi di rifiuti, spalmati lungo sei ettari di terreno. Il tutto, per un costo di quattro milioni.

Solo che, per un punto a favore della «messa in sicurezza», ce ne sono altri 20, 30 che restano lì, come tanti punti neri in attesa di bonifica. O qualcosa di simile. Come la ex fabbrica Pozzi Ginori di Calvi Risorta, una discarica grande 10 campi di calcio, in territorio sidicino. Nel cuore della storia campana, dove le popolazioni italiche, vicine dei Sanniti, piantarono il seme della civiltà, ora c’è un enorme contenitore di ammassi di rifiuti speciali lasciati lì dall’azienda leader nella ceramica da bagno, poi delocalizzata.
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Giovedì 5 Luglio 2018, 08:37 - Ultimo aggiornamento: 05-07-2018 09:26
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