Il latte nelle mani dei Casalesi:
così aggiravano anche le confische

Giovedì 16 Gennaio 2020 di Mary Liguori e Dario Sautto

Né le confische tantomeno gli arresti frenano l'inarrestabile potere imprenditoriale del clan dei Casalesi, «una cosa sola», parole loro, con Adolfo Greco, ex amico di Raffaele Cutolo, imprenditore da un anno sotto inchiesta per rapporti con le cosche stabiesi. Giganti del business, i Casalesi, capaci di spostare da un contenitore aziendale all'altro le società che, sin dagli anni Novanta, dettano legge in fatto di distribuzione del latte. Bene primario, fondamentale, che nel Casertano è stato gestito fino a due giorni fa dalla «Santa Maria srl», già coop fondata nel 2013 dopo la confisca della Euromilk, confiscata nel 2010 e distrutta da un rogo qualche anno dopo, che giocava lo stesso ruolo egemone nella distribuzione per conto del colosso Parmalat. Questa volta, la Dda (procuratore aggiunto Rosa Volpa, sostituti Giuseppe Cimmarotta e Maurizio Giordano) hanno chiesto e ottenuto anche l'arresto (ai domiciliari) di due manager della multinazionale quotata in borsa che scrive il gip Leda Rossetti si sono seduti allo stesso tavolo di Adolfo Greco e di Nicola Capaldo, fratello di Filippo, nipote di Michele Zagaria, all'epoca detenuto. «Ho rimesso in moto i Capaldo» dice Adolfo Greco in un'intercettazione del 2013, anno in cui inizia la sua amicizia con Nicola, secondogenito di Beatrice Zagaria. Una frase che «don Adolfo» non utilizza a caso ché, riepiloga il gip, dopo il passaggio della Euromilk all'Agenzia dei beni confiscati c'è da spostare la concessione Parmalat su un'altra azienda. Greco, che del latte è il re in Campania, suggerisce al giovane rampollo di Zagaria di costituire la coop e poi si occupa di fare in modo che la Parmalat tolga l'appalto alla Euromilk per darlo ai Capaldo. Negli anni della gestione controllata, comunque, i nipoti di Zagaria non hanno «perso niente»: frase intercettata che lascia intendere che anche l'amministratore giudiziario nominato dal tribunale dopo la prima inchiesta, era a loro disposizione.

«È gente di serie A, sono come i calabresi: stanno in tutto il mondo». Eccole le referenze che Greco fornisce dei Capaldo. E i manager di Parmalat non si fanno pregare. Aiutano i Casalesi nel passaggio di consegne, e sono consapevoli di avere di fronte un interlocutore criminale quando, nella sede della Cil a Castellammare, una delle società di Greco, si incontrano di volta in volta per definire il transito della concessione dall'una all'altra azienda e confezionare il contratto che consentirà ai Casalesi di continuare ad avere l'esclusiva in tutto il Casertano per la distribuzione dei prodotti Parmalat. I due dirigenti giocano un ruolo consapevole anche quando, dato il volume d'affari, la coop dei Capaldo viene trasformata in una società a responsabilità limitata e i nipoti del boss, si servono di prestanome, di nuovo, di dipendenti storici delle loro aziende per le intestazioni. I Capaldo ieri sono finiti in carcere, come Adolfo Greco che, per ragioni di salute, solo due giorni fa aveva ottenuto i domiciliari per la precedente ordinanza. Domiciliari, invece, per Lorenzo Vanore e Antonio Santoro, rispettivamente manager normal trade Campania e territory manager di Parmalat. Rispondono di concorso esterno in associazione mafiosa. Il gip ha invece rigettato la richiesta di misura cautelare nei confronti dell'ex responsabile vendite per il Centrosud del colosso di Colecchio, Giovanni Russo, accusato di avere per primo intavolato il discorso con i Capaldo tramite Greco, ma che intanto ha cambiato lavoro. Domiciliari, infine, per Teresa Zazzaro e Giuseppe Petito, i prestanome dei Casalesi.

Le indagini sono state condotte dalla guardia di finanza del comando provinciale diretto dal generale Gabriele Failla, con il nucleo di polizia tributaria coordinato dal colonnello Domenico Napolitano, e dalla squadra mobile di Napoli, guidata dal vicequestore Antonio Salvago, col supporto del commissariato di Castellammare. Le verifiche hanno portato anche al sequestro della Santa Maria Srl, con sede nell'area Asi di Carinaro, punto nevralgico dell'affare da centomila euro al mese. È questa una cifra a ribasso perché si evince dalle intercettazioni in cui Greco chiede a Santoro di domandare «con delicatezza» e senza urtare la sensibilità dei Casalesi, ai Capaldo di saldare i primi due mesi di fornitura. Mesi in cui pur di aiutare i nipoti di Zagaria, Greco gli dà il latte «al prezzo che costa a noi», così ordina alla segretaria. Come un padre, lo stabiese consiglia a Nicola Capaldo cosa fare, preme sui manager Parmalat in Campania perché si interfaccino con i vertici dell'azienda affinché le trattative per i Capaldo vadano a buon fine, per accelerare l'iter, «non devono stare fermi», le parole di Greco. Da ieri, però, la giostra è bloccata. La storia si è ripetuta, con gli arresti e i sequestri. Sembrava finita, dieci anni fa, ma non lo era. E chissà che, tra qualche anno, non si torni i nuovo a parlare di latte in odore di camorra.

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