Ordinò l'omicidio dell'amante del marito,
lady Buttone al carcere duro a L'Aquila

Venerdì 16 Ottobre 2020 di Marilù Musto

L'arresto di Maria Buttone è legittimo. L'omicidio dell'amante del marito pesa come un macigno sul suo passato: una figlia che vive a Ravenna - naturale ma non legittima del marito, Domenico Belforte - è lì a ricordarle ciò che fece alla madre della ragazza. Per i magistrati della corte di Cassazione, è giusto che la Buttone resti in carcere dopo la condanna all'ergastolo per aver dato l'ordine di uccidere Angela Gentile (così si chiamava l'amante del marito e madre della bambina). e per la Procura Antimafia è giusto anche il 41 bis. Maria Buttone è una delle poche donne a subire il regime di carcere duro e di isolamento riservato ai boss di mafia e camorra. Il suo destino lo ha deciso il sostituto procuratore Luigi Landolfi della Dda di Napoli che, nel maggio scorso, aveva chiesto e ottenuto per lei il 41 bis. E da fine settembre, Maria Buttone è confinata nel carcere di L'Aquila, come i capi mafia e i terroristi. Prima di lei, Felicia Ligato, la figlia del boss di Pignataro Maggiore, si era vista spedire al confino in una cella in isolamento. Ieri, l'ultimo atto di una vicenda: la Cassazione ha rigettato la richiesta - degli avvocati difensori della Buttone, Massimo Trigari e Dario Vannetiello - di annullare la decisione del Tribunale del Riesame di Napoli.

Maria Buttone, cugina dell'ex killer ora pentito, Bruno, è quindi la mandante dell'omicidio dell'amante del marito: per i giudici del tribunale chiese l'eliminazione di Angela Gentile, all'epoca 30enne. Angela ebbe un'unica «colpa»: a cavallo tra gli anni 80 e 90 si innamorò del boss di Marcianise e diede al capoclan marcianisano anche una figlia. Nel 1991, però, di Angela si persero le tracce. Accompagnò la figlia a scuola. A fine lezione, però, non andò a riprendere la bambina e da quel momento fu come inghiottita dal nulla. Solo tre anni fa su quel delitto si sono riaccesi i fari. E i pentiti hanno raccontato che Angela morì per ordine di lady Belforte che ottenne dal marito, Domenico, il permesso di farla ammazzare a patto di prendere con sé la figlia della donna, frutto della relazione clandestina col boss. La rapirono dal parcheggio, poi la uccisero e si disfecero del corpo. Quando tutto fu compiuto, Maria Buttone prese con sé la ragazzina e la allevò come se fosse sua.

I giudici del tribunale del Riesame di Napoli - Anna Elisa De Tollis, Alessandra Cantone e Paola Coronella - il 12 maggio scorso misero nero su bianco la loro decisione: la misura cautelare andava applicata subito. Senza remore. Ai consiglieri della Corte di Cassazione gli avvocati difensori hanno sottolineato, però, una curiosità: nella fase delle indagini non era stata applicata la misura cautelare, ma l'arresto è scattato solo dopo la sentenza di condanna. In realtà, per i giudici di Cassazione, probabilmente ha avuto un peso anche l'accusa e la condanna per associazione mafiosa, non solo quella di omicidio. E per questo gli ermellini di piazza Cavour hanno spiegato che l'arresto poteva considerarsi legittimo. In più, a Maria Buttone è vietato incontrare i familiari ogni settimana. Può farlo solo una volta al mese, come accade per i più feroci boss di mafia e camorra.

Ultimo aggiornamento: 13:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA