Morta dopo intervento chirurgico
Nuovo processo per i medici assolti

Giovedì 19 Novembre 2020 di Mary Liguori

Elena Trepiccione morì per un errore medico? Altri chirurghi, dopo quelli che l’avevano operata, tentarono di «coprire» gli sbagli dei loro colleghi? Se si fosse intervenuti più tempestivamente dopo che la donna ebbe i primi peggioramenti post operatori, la sessantanovenne sarebbe sopravvissuta? Lo stabilirà un secondo processo dopo che il primo giudizio ha concluso che per il decesso della Trepiccione non ci fu responsabilità alcuna. Per sei medici che l’ebbero in cura nelle due settimane a cavallo tra il 2 maggio del 2012, data del primo intervento, e il 13 giugno dello stesso anno, quando morì, è stato disposto un processo, il secondo, dinanzi al Corte d’Appello di Napoli. La procura generale procede, come i pm di Santa Maria Capua Vetere, per omicidio colposo nei confronti di Francesco Lopez, Antonietta Esposito, Antimo Di Monaco, Andrea Tartaglione, Crescenzo Maria Marco Muto e Michele Scapaticci, vale a dire l’equipe di ginecologia che operò la donna nella clinica Santa Maria della Salute a Santa Maria Capua Vetere per un presunto cancro dell’utero e i chirurghi che, successivamente, intervennero per ricucirle l’intestino, risultato danneggiato in seguito alla prima operazione. La Procura s’era appellata solo per quattro dei sei medici mandati assolti dal giudice Eleonora Pacchiarini di Santa Maria Capua Vetere, ma alla luce delle perizie superpartes ordinate dallo stesso giudice e allegati al fascicolo, il pg ha chiesto e ottenuto un nuovo processo per tutti e sei i rinviati a giudizio nel 2013 per i quali la sentenza di primo grado è stata emessa nel 2019.
 
Il 2 maggio del 2012 Elena Trepiccione fu ricoverata presso la clinica sammaritana per un presunto cancro all’utero. Sottoposta a isterectomia ebbe nei giorni a seguire diverse complicazioni. Si scoprì che nel suturare la ferita operatoria, i punti avevano ingabbiato anche parte dell’intestino. Per questa ragione entrò di nuovo in sala operatoria dove le furono asportati 50 centimetri di intestino risultato in parte perforato, in parte in stato di setticemia. Dopo i due interventi, la famiglia decise di trasferire la donna ad altra struttura sanitaria, tuttavia le sue condizioni andarono peggiorando fino alla morte, sopraggiunta il 13 giugno del 2012. I parenti della sessantanovenne denunciarono tutti i medici che l’avevano operata. Sulla base delle perizie, la Procura di Santa Maria Capua Vetere ottenne il rinvio a giudizio dei ginecologi e dei chirurghi che si erano occupati della donna. Era il 2013. Solo sei anni dopo, si arrivò a sentenza: un verdetto totalmente assolutorio che respinse le richieste di condanna dai due ai due anni e mezzo avanzata dal pm per l’ipotesi di reato di omicidio colposo. Quello stesso anno, la Procura appellò la sentenza dando luogo al processo di secondo grado iniziato in questi giorni. 
 
Sono le perizie oltre al responso dell’autopsia a costituire lo scheletro del procedimento. Quelle stesse perizie che hanno indotto il pg a richiamare in causa anche i due medici per i quali la Procura di Santa Maria non aveva chiesto un nuovo processo. C’è da stabilire se in occasione del primo intervento ci furono perizia, negligenza e imprudenza, come sostenuto dalla pubblica accusa nel primo grado di giudizio e se, ancora, dopo l’isterectomia in seguito alla quale l’intestino della donna fu danneggiato, altri medici tentarono di «coprire» gli altrui errori. Dopo un primo stop and go causa covid, il procedimento che si è aperto lo scorso 3 novembre, entrerà nel vivo a dicembre. Nella prossima udienza, la Corte sentirà tre testimoni, Si tratta dei periti nominati dal giudice Pacchiarini e del medico che ebbe in cura la donna durante i suoi ultimi giorni di vita. Ill nuovo giudizio chiarirà se quei punti di sutura che avrebbero compromesso in modo fatale il decorso operatorio furono un tragico errore o se, invece, come sostenuto dalla difesa, fu una complicazione «prevedibile» in caso di isterectomia. La famiglia di Elena Trepiccione è rappresentata dall’avvocato Alfonso Furgiuele.

 

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