«Noi un anno fa sotto le macerie
di Genova: così siamo sopravvissuti»

Domenica 11 Agosto 2019 di Franco Tontoli
A metterla sul festoso, quella del 14 agosto potrebbe essere una giornata da torta con una candelina, un soffio e brindisi. Ma Eugeniu Babin, e Natasha Yelina, lui moldavo, lei ucraina, da circa quindici anni residenti a Santa Maria Capua Vetere, il primo compleanno della vita cui sono stati fortunatamente restituiti non sentono di celebrarlo in maniera chiassosa. «Sarà una giornata di ulteriore meditazione e di ringraziamento per chi, da soprannaturale, ci ha voluti ancora vivi e per i tanti, in terra, che si sono spesi con dedizione ed eroismo a salvare noi e gli altri che ce l'hanno fatta». Il 14 agosto dell'anno scorso, alle 11.36, crollava a Genova il Ponte Morandi, e Eugeniu e Natasha si ritrovarono in mezzo all'enorme frullato di macerie, cemento e ferro e urla di disperazione e poi di sirene d'allarme e dei soccorsi e del volteggiare di elicotteri. Per tre ore nell'auto semiaccartocciata, il muso in giù, Natasha perdeva sangue dalle gambe, Eugenio aveva il capo ciondolante, un colpo alla cervicale ed ebbe la lucidità di sorreggersi il mento col borsello, più di tre ore di alternanza tra angoscia e speranze tra rumori e tramestìì di ogni tipo, fino a un toc-toc sulla carrozzeria: «Ragazzi, siamo qui, usciamo, che state a fare qui».

 

Commosso, e come non esserlo, Eugeniu racconta la battuta di spirito del vigile del fuoco che a occhi lucidi, con altri compagni, a mani nude, provvedeva a liberarli, imbragarlo con Natasha su una barella, l'argano fino all'elicottero e via all'ospedale San Martino del capoluogo genovese. Erano partiti la mattima, destinazione Nizza per una breve vacanza.
Rievochiamo questi momenti nella pausa pomeridiana di lavoro di Eugeniu, nel salone di barbiere-parrucchiere del marchio Renato De Rosa in cui era entrato da apprendista e oggi ne ha rilevato la conduzione. Natasha di Eugeniu è la compagna, dall'11 ottobre prossimo ne sarà la moglie è passata per un breve saluto e per dire che si fida di ciò che sarà riferito anche per conto suo.
Con Eugeniu, quindi, siamo all'oggi, a 365 giorni da quel disastro : «È certo che ci sentiamo nati per la seconda volta, sui documenti dovremmo aggiungere la data del 14 agosto 2018 a quella della nostra anagrafe. Il pensiero mio e di Natasha andrà particolarmente alle 43 persone morte, poi ai feriti più gravi di noi. Un grazie ci sentiamo di gridarlo con tutte le nostre forze per i soccorritori, i pompieri, i medici e gli infermieri rientrati in ospedale dalle ferie, persone infaticabili».
Eugeniu e Natasha sono rimasti in ospedale dal 14 agosto alle fine di settembre dell'anno scorso, lui in neurochirurgia, lei in ortopedia. I postumi: per Eugeniu il tratto cervicale quasi immobilizzato, la colonna vertebrale con un po' di danni, ancora un percorso riabilitativo per consentirgli di lavorare in piedi. Per Natasha ancora danni da risolvere alla gamba destra, viti e placche da rimuovere, tendini e gangli nervosi da ricucire per i movimenti del piede.
Cosa farete il 14 agosto prossimo? Eugeniu risponde con un sorriso: «In famiglia, certamente una telefonata ai nostri genitori in Moldavia e Ucraina e la sera, alle 19, parteciperemo alla messa che il vescovo Salvatore Visco celebrerà nel Duomo, vigilia della festa dell'Assunta. Noi siamo di religione ortodossa ma sintonizzati con il rito cristiano. Ci farà piacere riabbracciare monsignor Visco che al nostro ritorno ci fece visita regalandoci una corona del rosario e una Natività di stile bizantino».
In una intervista Gianluca Ardini di Genova, ha lamentato assenza di aiuti, a lui e a tutti gli altri. «Ardini l'ho conosciuto nel reparto di riabilitazione al San Martino dice Eugeniu . Ciascuno di noi ha una storia, io ho potuto contare sul sostegno di persone care e ho ripreso la mia attività di parrucchiere, Natasha che è estetista, purtroppo no. Aspettiamo le visite medico-legali di settembre per la quantificazione degli indennizzi ed è compito dei nostri legali assisterci e consigliarci».
Non si lamenta, Eugeniu, ha grande stile e dignità. Arrivò a Santa Maria Capua Vetere 15 anni fa, oggi lui ha 36 anni, seguiva il fratello che cercava lavoro nell'imprenditoria edile, a Chisinau, in Moldavia, avevano lasciato i genitori Vasili e Valentina che gestivano una rivendita di automobili. Eugeniu fu accolto come apprendista parrucchiere da Renato De Rosa, salone quasi centenario a un passo da piazza Mazzini. E qui si consumò la perfetta sintesi tra l'accoglienza e l'integrazione che dovrebbe guidare il rapporto con gli stranieri.
Renato De Rosa, maestro e formatore, avviò Eugeniu alla professione attraverso corsi specializzati, un tutore-padre. Oggi Eugeniu ha rilevato la conduzione dell'attività, Renato al suo fianco. «Non potrei farne a meno dice Eugeniu - e poi Renato ancora una volta fu determinante nel mio destino, il giorno stesso della tragedia. Avvertì, infatti, suo figlio Luigi, agente della Polizia di Stato che si trovava a La Spezia e corse subito al nostro capezzale, non ci volevo credere, ci sentimmo tutelati e fu anche quello un segno della buona sorte».
Eugeniu Babin e Natasha Yelina hanno residenza a Santa Maria Capua Vetere, permesso di soggiorno illimitato, aspirano alla cittadinanza italiana e hanno avviato un carteggio con istanze al presidente della Repubblica. «Spero dice che la si possa ottenere per il giorno del matrimonio, l'11 ottobre. Sposarsi da italiani nella nazione che ci ha accolti e in cui siamo rinati sarebbe un bel regalo».
© RIPRODUZIONE RISERVATAUltimo aggiornamento: 13 Ottobre, 19:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA