Pestaggi in carcere, lo scaricabarile
non basta: i capi restano agli arresti

Giovedì 29 Luglio 2021 di Biagio Salvati
Pestaggi in carcere, lo scaricabarile non basta: i capi restano agli arresti

Niente da fare. Nessuna modifica della misura per i poliziotti penitenziari coinvolti nei pestaggi del 6 aprile del 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Nonostante alcuni di loro abbiamo tentato di spiegare al gip e al pm, in sede di interrogatorio di garanzia, la loro versione dei fatti e abbiano poi, sulle stesse basi, motivato la richiesta di scarcerazione o di modifica della misura nel caso delle interdizioni, al momento il tribunale della libertà conferma quasi in toto il teorema accusatorio tratteggiato dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere che ipotizza a carico di 52 persone i reati di tortura, maltrattamenti, falso in atto pubblico e depistaggio, contestati, ovviamente, a vario titolo.

Il Tribunale del Riesame di Napoli continua dunque a dire «no» alla maggior parte delle istanze di scarcerazioni presentate dai difensori degli agenti penitenziari coinvolti nell'inchiesta sui pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Nelle ultime ore il Tribunale della Libertà ha confermato la misura degli arresti domiciliari per gli ufficiali della Polizia penitenziaria Gaetano Manganelli, 45 anni, e Pasquale Colucci, 53 anni, accusati di essere tra gli organizzatori della perquisizione straordinaria al carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020, diventata «un'orribile mattanza», con decine dei detenuti picchiati e sottoposti a trattamenti ritenuti di tortura. Manganelli era allora comandante degli agenti nell'istituto casertano mentre Colucci era a capo della polizia penitenziaria al carcere napoletano di Secondigliano e soprattutto comandante del «Gruppo di Supporto agli Interventi», una sorta di squadre speciali istituite durante la pandemia dall'allora provveditore regionale alle carceri Antonio Fullone (indagato e sospeso dal servizio) che furono inviate a Santa Maria Capua Vetere per la perquisizione.

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L'avvocato di Manganelli, Giuseppe Stellato, ha cercato di ridimensionare il ruolo avuto da Manganelli durante i fatti dell'aprile 2020, puntando sulla ripartizione di competenze, secondo cui quel giorno non era Manganelli il più alto in grado, ma Colucci (difeso da Carlo De Benedictis e Domenico Scarpone); già durante l'interrogatorio reso al gip dopo l'arresto, Manganelli aveva detto a chiare lettere di non essere stato tra coloro che «hanno gestito, diretto e organizzato la perquisizione», scaricando in pratica la responsabilità sugli altri funzionari presenti, ma il Riesame non ha creduto alla sua versione, decidendo di confermare i domiciliari tanto per lui che per il suo «antagonista» Colucci.

I giudici hanno confermato gli arresti domiciliari anche per l'agente Angelo Iadicicco (anch'egli difeso da Giuseppe Stellato). Attesa anche la decisione per l'agente Mauro Clemente Candiello.

Gli interrogatori di garanzia e le udienze di Riesame si sono conclusi con dichiarazioni e silenzi che, a incrociarli, finiscono per aggiungere confusione al caos del 6 aprile del 2020. Di certo c'è che decine di poliziotti si sono resi protagonisti di pestaggi a sangue freddo per vendicare la rivolta del giorno prima al reparto Nilo.

Ultimo aggiornamento: 20:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA