Richieste d'asilo, i numeri:
boom a Caserta, 95% di rifugiati

Venerdì 6 Luglio 2018 di Valentino Di Giacomo
Disomogeneità tra le varie commissioni che stabiliscono chi tra i richiedenti asilo ha diritto alla protezione internazionale, l’interpretazione delle norme sembra infatti differente tra le varie regioni d’Italia. È questo il punto cruciale della circolare inviata ieri ai prefetti dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini. I dati disponibili, del resto, confermano come ogni differente commissione agisca in ordine sparso. La dimostrazione arriva proprio dalla Campania dove, nel 2016, Caserta ha avuto il record di esiti positivi con una percentuale di concessione dello status di rifugiato rispetto alla media nazionale vicina al 95 per cento. E se Caserta risulta la commissione più «sensibile», sulla stessa linea ci sono Gorizia, Palermo, Siracusa, Caltanissetta e Roma con medie superiori al 40 per cento rispetto al resto d’Italia. Le commissioni meno disposte a riconoscere lo status di rifugiato sono Bari, Firenze, Perugia e Frosinone. Record di dinieghi a Brescia e Bergamo dove le richieste d’asilo che sono state rifiutate sono superiori all’87 per cento. Da un lato Caserta dove nove domande su dieci vengono accolte, sul fronte opposto le due città lombarde che rifiutano oltre otto richieste su dieci. 
Eppure – almeno secondo le ultime statistiche disponibili - non esiste una divaricazione Nord/Sud per le concessioni d’asilo. Le varie commissioni, cinquanta su tutto il territorio nazionale, agiscono a macchia di leopardo: alcuni collegi interpretano le norme maggiormente a favore dei migranti che avanzano le domande di protezione, altri sono più rigidi. Le commissioni giudicanti per le richieste d’asilo che hanno accumulato maggiori pratiche arretrate sono invece tutte al Settentrione: Milano, Bologna e Torino risultano quelle con più richieste in sospeso. Le richieste dei migranti possono avere quattro esiti differenti: può essere riconosciuto lo status di rifugiato; la concessione del permesso di soggiorno per protezione sussidiaria perché se il richiedente ritornasse nel Paese di origine andrebbe incontro al rischio di subire un danno grave; l’assegnazione della protezione umanitaria perché il migrante non può essere allontanato dal territorio nazionale in condizioni di oggettive e gravi situazioni personali; infine il diniego per assenza di presupposti. Nel 2017, sulle 130mila richieste arrivate, 50mila sono state rigettate non essendo state considerate idonee, mentre delle 80mila domande esaminate il 59 per cento ha ricevuto l’esito di diniego, il restante 41 per cento ha trovato una forma di accoglimento.

L’esame delle domande d’asilo generalmente richiede circa due anni di tempo. Mentre le pratiche sono in corso d’esame, i richiedenti asilo confluiscono quindi nell’enorme macchina dell’accoglienza con i migranti ospitati tra i vari centri con un costo per le casse dello Stato che lo scorso anno, per la sola ospitalità, ha impattato sulle casse dello Stato per oltre 3 miliardi di euro. Per accelerare i tempi, un anno fa, i ministri Minniti e Orlando abolirono un grado di giudizio per le richieste d’asilo, passando da tre a due gradi. Inoltre fu prevista l’integrazione di altro personale nelle commissioni giudicanti per 250 unità aggiuntive finalmente operativi a partire da lunedì prossimo. Attualmente i vari collegi che esaminano le richieste sono ancora oberate dalla massiccia mole di lavoro conseguente al record di sbarchi registrato nel 2015 e, soprattutto, nel 2016, due anni che hanno portato in Italia oltre 300mila migranti. La situazione tenderà a normalizzarsi nei prossimi mesi se i numeri degli sbarchi si confermassero ulteriormente in calo. Dal luglio del 2017 gli arrivi dalla Libia sono infatti calati al ritmo di circa l’80 per cento sull’anno precedente. Meno sbarchi significherà, di conseguenze, meno richieste da esaminare e quindi pratiche più celeri.

Resta il complesso nodo dei rimpatri. Vale a dire che quando le richieste d’asilo sono rigettate, rimane un’impresa titanica riuscire a rimandare i non aventi diritto nei Paesi d’origine. Alcuni tecnici del Viminale, ieri, hanno infatti accolto con qualche criticità la circolare del ministro Salvini. Il ragionamento è che se si concedessero meno richieste di protezione ai migranti, ci sarebbe poi da affrontare il difficile cursus dei rimpatri con la maggior parte dei Paesi africani che rifiutano di stipulare degli accordi bilaterali per riprendersi i propri cittadini. Le maggiori perplessità riguardano quei migranti che, nel corso della loro permanenza in Italia, sono riusciti ad inserirsi trovando, in alcuni casi, anche contratti di lavoro e manifestando quindi capacità di inserimento nel tessuto produttivo del Paese. Anche su questo versante, però, la direttiva di Salvini – spiegano dal ministero - cercherebbe di allontanare anche chi prova ad integrarsi. Tanto più che, anche quando è possibile effettuare i rimpatri, questi avvengono con costi ingenti per lo Stato. 3mila euro per ogni migrante rimandato nei Paesi d’origine.  Ultimo aggiornamento: 09:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA