«Hanno ucciso mio marito,
ma sono ancora in semilibertà»

«Hanno ucciso mio marito, ma sono ancora in semilibertà»
di Biagio Salvati
Domenica 23 Settembre 2018, 13:30
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A tre anni dal delitto del marito, Pasquale Guarino - l'imprenditore agricolo ucciso il 23 settembre del 2015, nel corso di una tentata rapina in contrada Cuparella a Santa Maria Capua Vetere - la vedova Lucia Cocoro, invoca una giustizia più rapida per il drammatico caso che scosse tutta la comunità. Sotto accusa ci sono due albanesi, peraltro ex dipendenti della vittima: Argit Turshilla, 27 anni, secondo sospettato di quella rapina sfociata in omicidio per il quale gli investigatori ritengono che sia l'esecutore materiale (in carcere in Albania, per il quale è stata rigettata la scarcerazione ma non ancora estradato) e suo cugino Roland Trushilla (oggi è libero), entrambi aiutati da Guarino in più occasioni.

Una famiglia, quella della vedova Lucia, tradita dai suoi dipendenti trattati sempre con i guanti. «Sono tre anni che mio marito è stato ucciso da questi traditori commenta Lucia, con un comprensibile sfogo - aspetto ancora giustizia. Ma voglio fidarmi. Uno dei due (Roland, N.d.R.) ha lasciato il carcere dopo pochi giorni grazie al Riesame, ma lo aspetto in tribunale. Non credo sia il caso di cantare già vittoria, perché detta l'ultima parola e se ha una coscienza non so come faccia a dormire la notte. La settimana prima del delitto ho saputo che mio marito gli aveva pagato i medicinali per una cura dermatologica. E questo è il ringraziamento per le opere che di bene che mio marito ha fatto. Aspetto che si faccia finalmente giustizia al più presto, credo che tre anni siano davvero troppi». Ovviamente, sarà il corso della giustizia a stabilire le responsabilità, ma sulla vicenda è intervenuta anche l'avvocatessa Elisabetta Aldovrandi, presidente dell'Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime, la quale da tre anni è vicina a Lucia, assistita penalmente dall'avvocato Dezio Ferraro.
 
La presidente Aldovrandi ha espresso soddisfazione per la scarcerazione negata all'albanese detenuto sottolineando che «solo chi conosce le vittime di simili tragedie si rende conto del dolore che soffrono, lacerazioni che difficilmente guariscono».

Per questo l'associazione, «scrive proposte di legge dirette a cambiare quelle norme che troppo spesso concedono benefici ai carnefici, condannando le vittime all'ergastolo del dolore e di una giustizia mancata». Secondo le indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, l'albanese che aveva legami di lavoro più stretti con l'imprenditore, conoscendo i suoi spostamenti, informò i complici che quel giorno Guarino avrebbe incassato una cospicua somma di denaro al mercato ortofrutticolo di Maddaloni.

L'imprenditore reagì alla rapina e fu ucciso con due colpi di pistola davanti ad alcuni operai e allo stesso albanese mentre era nel suo fondo agricolo di Santa Maria, dopo essere tornato dal mercato ortofrutticolo di Maddaloni. I banditi, informati del suo arrivo sul fondo con l'incasso della vendita della frutta, fecero irruzione armati e incappucciati e intimarono a una dipendente di Guarino, che aveva i soldi - circa 3000 euro - di consegnarli subito. Guarino reagì, tentò di difendere la ragazza e fu colpito due volte; i banditi non riuscirono a portar via i soldi ma prima di fuggire presero il cellulare di Guarino; questi, ferito gravemente, morì poi in ospedale. La vedova di Guarino si è detta più volte dispiaciuta e indignata per quanto accaduto. Un dolore misto alla delusione, scattati dopo aver appreso che uno dei sospettati era «come famiglia ha più volte ribadito - ci siamo sentiti traditi dall'apprendere per la seconda volta che quelli che hanno commesso questo terribile gesto erano proprio quelli che mio marito aiutava. Ecco perché sono delusa, sapendo quanto bene ha fatto Pasquale a tutti quelli che lavoravano con lui. Sono stati sfamati, accontentati e in qualche occasione mio marito si è anche occupato dei loro problemi. Mio marito non torna più ma se la giustizia stabilirà la colpevolezza dei responsabili mi auguro una pena certa». L'attesa del processo è diventata quasi snervante per Lucia.
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