Scomparsa nel 1991, i familiari:
«Era tornata con il boss Belforte»

Domenica 12 Marzo 2017 di ​Mary Liguori
L'auto della vittima fu ritrovata nel piazzale dell'ospedale vecchio a Caserta

Una crepa in un muro messo su in 26 anni di silenzio. Cementato con i mattoni della paura. Quella parete sta mostrando i primi segni di cedimento, piccoli, eppure significativi. Frutto del tempo che passa, che affievolisce la paura e fa riaffiorare i ricordi. Nel 1991 anche il solo parlare delle relazioni «pericolose» di Angela Gentile, sparita nel nulla il 28 ottobre di quell’anno, era impensabile, tanto che la denuncia della sua scomparsa fu presentata solo dopo tre giorni. Oggi, dopo 26 anni, viene a galla un passato che sembrava sepolto. Il giallo di Angela Gentile, la ragazza di 33 anni scomparsa da Caserta dopo aver accompagnato la figlia a scuola, sta attraversando una fase di rilettura. Due settimane fa, i familiari della donna sono stati convocati in questura, insieme ad altre persone ritenute informate sui fatti. Ed è così emerso che, nel periodo precedente la scomparsa, Angela aveva riallacciato la relazione con il boss Domenico Belforte, nella cui casa, a Marcianise, fu accolta la figlioletta di Angela due settimane dopo che di sua madre non si seppe più nulla. «Sì, - hanno ammesso i familiari di Angela -, aveva ripreso a frequentare Belforte dopo essersi lasciata con Salvatore Giuliano». «Mimì Belforte, - hanno aggiunto - aveva fittato una mansarda al Parco Cerasole a Caserta per Angela e per sua figlia».

Fu proprio la sorella di Salvatore Giuliano a svuotare quella casa dopo che di Angela non si seppe più niente. Morto nel 2012, Giuliano era un pregiudicato e nel 19’91 aveva trent’anni. Un «curriculum» fatto di estorsioni e rapine, una vicinanza ai cutoliani che però non gli valse mai il passaggio da delinquente comune a camorrista, a differenza dell’altro uomo della vita di Angela, Mimì Belforte che invece, grazie al suo legame con Paolo Cutillo, capozona della Nco, assunse i gradi di ras che negli anni successivi ne fecero un boss. Di queste relazioni si è sempre vociferato ma nessuno, prima di adesso, ne aveva parlato con gli investigatori. E ora si sta incrinando quella coltre di silenzio che ancora protegge gli aguzzini di Angela. Perché la sua scomparsa quella mattina d’autunno non fu volontaria. Fu vittima di una lupara bianca: è questa la convinzione degli investigatori. Sul caso si sono riaccesi i riflettori dopo l’arresto di Maria Buttone, moglie di Mimì Belforte. A gennaio la donna è stata arrestata e poche settimane dopo il Riesame le ha concesso i domiciliari. E la Buttone si è trasferita a Rimini, in casa della figlia di Angela Gentile. Quella ragazzina, che oggi è un’adulta ed è a sua volta madre, è cresciuta in casa di Belforte e sua moglie, Maria Buttone, l’ha allevata come se fosse stata sua. Un intreccio di relazioni sulle quali la Dda intende gettare luce. Anche per questo, giovedì, il sostituto procuratore Antimafia Luigi Landolfi sarà a Rimini per parlare con la figlia di Angela Gentile. È il quinto interrogatorio disposto in poche settimane, segnale che qualcosa, dopo tanti anni di immobilità, si sta finalmente smuovendo.

Oltre ai familiari della vittima, la squadra mobile di Caserta ha sentito anche la sorella di Salvatore Giuliano. Il perché di questo interrogatorio va ricercato nella ricostruzione della mattina in cui Angela scomparve e nelle settimane immediatamente successive. La ragazza lavorava nel Centro diabetologico di via Roma a Caserta. Come tutti i giorni, la mattina del 28 ottobre del ‘91 accompagnò la figlia a scuola, dalle suore del Patrocinio di San Giuseppe, in via Mazzini. Poi parcheggiò l’auto, una Seat Marbella rossa, nel parcheggio dell’ospedale vecchio, in piazza Sant’Anna, dove la macchina fu ritrovata, senza segni di scasso e chiusa a chiave, tre giorni dopo. Quella mattina la ragazza andò al lavoro, ma uscita dal Centro non arrivò mai all’appuntamento con la figlia, fuori scuola. Le tracce di Angela si persero per sempre in una manciata di minuti e nelle poche centinaia di metri che separano via Roma da via Mazzini. A sera, la suore avvisarono la famiglia: Angela non era andata a riprendere la bambina. I Gentile non si allarmarono. Presero la piccola e la portarono a casa loro, a Sala. Tre giorni dopo andarono in questura e raccontarono che Angela era sparita. Quando i poliziotti chiesero loro perché avessero indugiato tanto prima di chiedere aiuto, spiegarono che pensavano che Angela fosse in Germania, da Giuliano. Non riferirono che il padre della bambina di Angela era con tutta probabilità Belforte, né dissero che il boss pagava il fitto di casa per entrambe.

Oggi, invece, raccontano questo. E forse anche altro. Ma, all’epoca, non si opposero neanche quando uno dei Belforte andò a casa loro, a Sala, e prese con sé l’unica cosa che di Angela restasse, quella più preziosa: la sua bambina. Oggi dicono anche che la ragazzina, a Marcianise, in casa della Buttone non voleva starci. «Nelle prime settimane - hanno detto alla polizia - la bimba si rifiutava anche di mangiare, voleva tornare dai nonni materni, ma loro insistettero perché la lasciassimo a Marcianise». Le tessere del puzzle si stanno posizionando, prendono lentamente forma. La verità sembra più vicina. 

Ultimo aggiornamento: 17:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA