Sesso in chiesa, condannato don Michele:
«Ma i due rapporti furono volontari»

Mercoledì 14 Ottobre 2020 di Mary Liguori

Il plagio non è più un reato, ma quand'anche lo fosse ancora, né i genitori della 13enne vittima di maltrattamenti spacciati per esorcismi, né le ragazze che accusano l'ex sacerdote Michele Barone di avere abusato di loro, vanno considerati in inferiorità psicologica nei confronti del prete che sì, ha carisma da vendere al punto da riunire intorno a sé una comunità di adepti pronti a tutto, ma non al punto da azzerarne le capacità intellettive. Suggestione, quella sì, affermata attraverso rituali che, scrive il Tribunale, nulla hanno a che vedere con la pratica di esorcismo convenzionalmente riconosciuta dalla Chiesa, quanto invece con certi raccapriccianti riti dell'occulto, ma a volte esclusivo frutto di una personalità narcisista, quella di Barone, che durante le benedizioni, scrive sempre il Tribunale, palpava le zone erogene dei fedeli, ma indistintamente ch'essi fossero maschi e femmine al solo scopo di affermare, in un modo plateale, quel ruolo di «liberatore» che gli riconoscevano fino in Irlanda. Quei palpeggiamenti, insomma, non vanno considerati aggressioni sessuali. Né fu «coartata» la relazione carnale ch'ebbe, l'ex confessore dei vip, con una delle due ragazze che poi lo denuncerà per stupro: non ritenuta «indemoniata» come l'altra ragazza, madre di un bambino, «scelse» la pratica sessuale che poi attuò con l'ex prete e per questo, ritengono i giudici, non vi fu costrizione. Eccolo il motivo dell'assoluzione di don Michele Barone dall'accusa di avere abusato di due sue adepte. Ed eccole, allo stesso tempo, le ragioni della condanna dei genitori della ragazzina al centro dello scandalo esorcismi e abusi che sconvolse l'Italia nel 2018. I genitori della piccola consegnarono «volontariamente» la ragazzina al sacerdote ritenendo che non avesse bisogno di cure mediche, ma di rituali di liberazione dal demonio e decidendo, in autonomia, che la 13enne fosse quindi affetta da problematiche spirituali e non da quel disturbo di conversione diagnosticato al Bambin Gesù di Roma. Insomma, tutti loro, vittime (eccetto la minorenne) e carnefici, agirono con lucidità e volontarietà «condividendo con Barone un credo religioso vissuto fino alle estreme conseguenze».

Sono, queste le motivazioni, 1113 pagine, con le quali il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere l'8 febbraio scorso ha condannato Barone a 12 anni per i maltrattamenti sulla ragazzina, ma lo ha mandato assolto dalle accuse di violenza sessuale nei confronti delle due adepte ventenni. Su questa decisione è pronta a dar battaglia la Procura di Santa Maria Capua Vetere che, lunedì, ha depositato il ricorso in Appello. I pm Alessandro Di Vico e Daniela Pannone, che coordinarono la delicata inchiesta che portò alla luce un inquietante vicenda di abusi sullo sfondo di rituali esorcisti avvenuti all'ombra del Tempio di Casapesenna, chiedono la condanna dell'ex sacerdote anche per la violenza sessuale nei confronti delle due ventenni. Il ricorso della Procura riguarda anche il commissario di polizia Luigi Schettino che i giudici di Santa Maria Capua Vetere mandarono assolto dall'accusa di aver preso parte ai violenti riti esorcisti sulla giovanissima vittima e finito alla sbarra anche con l'accusa di aver cercato di «coprire» Barone tentando di indurre sorella della ragazzina a ritirare la denuncia nei confronti dell'allora sacerdote dei vip.

Per i giudici di Santa Maria Capua Vetere il poliziotto fu autore di un «intervento bonario» e, dunque, non tentò di far ritrattare le accuse quando disse alla sorella della vittima di «riflettere bene» su quanto diceva del sacerdote ché poteva incappare a sua volta in una denuncia per calunnia. La Procura torna dunque alla carica su Barone, attualmente ai domiciliari, anche che per l'accusa relativa al reato di violenza privata ai danni della sorella della vittima e ha appellato le assoluzioni di Schettino per i maltrattamenti in famiglia in forma omissiva commesso ai danni della tredicenne e per la riqualificazione del reato di violenza privata in omessa denuncia ai danni della sorella. Hanno proposto ricorso in Corte d'Appello anche le parti civili.

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