«Slot dei Casalesi, poche denunce:
è la prova dell'egemonia del clan»

Domenica 17 Gennaio 2021 di Mary Liguori
«Slot dei Casalesi, poche denunce: è la prova dell'egemonia del clan»

L’assenza di denunce può inficiare processi e consentire che certi giri non si fermino mai. In passato, più di oggi - l’omertà era il principale alleato della malavita. Ma l’assenza di denunce può essere la prova indiretta delle pressioni del clan. Il silenzio dettato dalla paura di ritorsioni. Sono le conclusioni a margine del rigetto dell’Appello presentato da circa la metà degli imputati del processo sul monopolio delle slot da parte del clan dei Casalesi. Di recente, quelle sentenze sono passare in giudicato. La storia è quella di due imprese apparentemente pulite che in breve tempo conquistano la quasi totalità del settore della gestione delle slot machine perché «sponsorizzate» dalla camorra. È definitiva per effetto della sentenza della II sezione della Corte di Cassazione, la condanna di coloro che, fino al 2015, hanno gestito per conto dei Casalesi il business delle «macchinette» da gioco in diverse città della Campania e in altre regioni d’Italia. Gli ermellini hanno infatti dichiarato «inammissibile» il ricorso di alcuni degli imputati contro il verdetto della Corte d’Appello che confermava le condanne emesse al termine del rito abbreviato. Tra gli appellanti spicca il nome del capoclan Corrado Russo che, in combutta con imprenditori «insospettabili», avrebbe estromesso società sane per sostituire, nei bar e nelle sale slot, i loro apparecchi con quelli delle imprese «amiche». La sentenza definitiva si riferisce all’operazione eseguita all’alba del 15 settembre del 2015 dalla Dia, al culmine di un’indagine coordinata dal sostituto procuratore Antimafia Fabrizio Vanorio, che portò a 39 arresti e al sequestro di cinque società per un valore di 10 milioni di euro. Sotto chiave finirono 3.200 slot machine distribuite in centinaia di esercizi commerciali. Per quei fatti, la metà degli imputati è stata processata con rito ordinario (sentenze del 2019), mentre la restante parte ha scelto l’abbreviato. Nelle mani del clan Russo, oltre all’affair slot, si concentrava anche la gestione delle sale bingo. Tra i condannati c’è Massimiliano Conti, un tempo socio di Mario Cantone, l’ex giocatore dell’Atalanta che si impiccò in carcere nel 2014. Nel 2013 Cantone fu arrestato con il fratello con l’accusa di essere stato un imprenditore al servizio del clan. Si professava innocente e, pochi mesi dopo l’arresto, si suicidò. Martedì, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha assolto suo fratello e i suoi ex dipendenti su richiesta della Dda, otto anni dopo i fatti. Per vicende analoghe - inerenti una sala bingo di Teverola - un anno dopo il decesso di Mario Cantone, fu indagato l’altro suo socio, poi condannato in via definitiva. 

L’operazione che colpì - tra le altre - le imprese del napoletano Giovanni Gallo e di Corrado, Andrea e Maurizio Discepolo, di Portici, assunse in quel preciso momento storico un significato importante perché, ad avviso degli investigatori, andò a frenare la riorganizzazione del clan che in quel momento ruotava intorno ai fratelli liberi del mammasantimma Giuseppe Russo ‘o padrino, Corrado e Nicola. Il clan Russo era riuscito in quel momento ad assumere posizioni dominanti in settori economici come il fiorente mercato del noleggio e della gestione di slot machine e videopoker grazie anche al patto stretto con influenti imprese del settore, ovvero i Gallo e i Discepolo. I Russo avevano egemonizzato il settore attraverso una rete di prestanome incensurati. 


 
Per i giudici che hanno condannato camorristi e imprenditori «l’impianto accusatorio risulta fondato grazie alle dichiarazioni convergenti dei pentiti». L’aspetto più interessante delle motivazioni riguarda però il non-ruolo delle vittime. A decine dovettero «cambiare» la ditta fornitrice (la King Slot, tra le altre, che si costituì parte civile al processo) per volere del clan, ma pochissimi confermarono di essere vittime dei Russo. I giudici hanno respinto le motivazioni d’appello della difesa, relative appunto alla carenza di denunce, ritenendolo un «motivo generico e infondato» in quanto «in ambito di reati connessi avvalendosi della forza intimidatrice di clan temibili e spietati come i Casalesi, il controllo del territorio e la presenza del gruppo criminale si estrinseca anche attraverso l’imposizione di condotte omertose imposte alle vittime e rispettate da parte della quasi la totalità delle persone offese». Per tali ragioni, motivano i giudici «l’assenza di denunce o la reticenza delle vittime costituisce un dato costante correlato al timore di ritorsioni ed la prova indiretta dei reati commessi dagli affiliati al clan». «Inoltre - continuano - nel caso di specie va rilevato come gli esercenti, cui era imposta la sostituzione di apparecchiature da gioco con quelle sponsorizzate dal clan, sebbene vittime di una odiosa coartazione, non erano i soggetti che subivano il maggior danno economico, che era invee subito dalla società estromessa dal mercato - in questo caso la King Slot Spa.  

Ultimo aggiornamento: 11:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA