Soci di Zagaria arrestati, c'è l'uomo
del mistero della pen drive del boss

Giovedì 22 Ottobre 2020 di Mary Liguori

Inchiesta Medea, atto secondo. Con sette arresti, il gip di Napoli fissa agli atti di una vicenda giunta già al secondo grado di giudizio nuove responsabilità in quella che, secondo la Dda, fu la mercificazione degli appalti in somma urgenza per la manutenzione della rete idrica campana. Dal 2004 al 2009 e successivamente fino al 2015, sostiene l’Antimafia, dalla cabina di regia della Regione Campania un camorrista, Franco Zagaria, cognato omonimo del boss Michele «capastorta», dirottò sulle ditte contigue al clan dei Casalesi. Il tutto, ritiene sempre la Dda, sarebbe avvenuto con l’accordo dell’ex funzionario regionale, ex parlamentare ed ex consigliere regionale Tommaso Barbato, la cui condanna in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa in relazione proprio a quelle vicende è stata di recente annullata in Cassazione con rinvio degli atti alla Corte d’Appello.

Ieri, i carabinieri del Ros di Caserta, sotto il coordinamento del Raggruppamento napoletano diretto dal colonnello Andrea Manti, hanno arrestato sette imprenditori ritenuti parte del cerchio magico di Zagaria e quindi beneficiari di quel sistema che, per oltre un decennio, avrebbe inquinato l’attribuzione degli appalti in somma urgenza per la manutenzione degli acquedotti campani. Si tratta di Raffaele, Costantino e Giuseppe Capaldo, di Antonio Fontana, di Raffaele Galoppo, Gennaro Licenza e Orlando Fontana. Gli indagati sono legati in alcuni casi da rapporti affaristici o di parentela con soggetti già coinvolti nell’operazione del 2015.

Antonio Fontana è stato sindaco di Casapesenna negli anni Novanta, Orlando Fontana, già sotto processo e assolto per la vicenda della pen drive misteriosamente sparita dal covo di Michele Zagaria durante le operazioni di cattura è fratello di Pino, già condannato per gli appalti. I due sono cugini del defunto Franco Zagaria, cognato del capoclan e suo alter ego, e di Orlando Diana, marito di Giuseppina Barbato parente del collaboratore Michele Barbato e consigliere comunale di San Cipriano d’Aversa. Gennaro Licenza, anch’egli coinvolto nell’inchiesta, è, infine, il fratello di Luciano, imprenditore e controversa gola profonda della prima ordinanza Medea che, dopo aver fatto mettere a verbale fatti e misfatti del presunto sistema di spartizione degli appalti in Regione, parlando della presunta contropartita dell’ex senatore Barbato «una quota del 5% e dell’assunzione di operai per suo conto», riferì agli inquirenti, si tirò indietro durante il processo rifiutandosi di testimoniare all’udienza del 30 novembre del 2017 tanto da far sospettare ai pm che fosse stato minacciato. Sue le dichiarazioni contro Barbato, la cui condanna è stata annullata dalla Cassazione, e contro Carlo Sarro, prosciolto già al Riesame come l’ex sindaco di Caserta, Pio Del Gaudio, finito addirittura in carcere e poi scagionato da ogni accusa.

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Sono i pentiti di prima e seconda ora a dare agli investigatori lo spunto per gli accertamenti patrimoniali che hanno portato alla nuova raffica di arresti. Le indagini coordinate dal sostituto procuratore Antimafia Maurizio Giordano hanno svelato, ancora una volta, una ipotetica trama oscura dietro l’assegnazione di appalti di manutenzione della rete idrica campana. Lavori fatti passare per urgenti, ma che urgenti non erano, per bypassare la normale procedura d’appalto e assegnare alle ditte «amiche» le opere pubbliche. Come funzionava lo spiega, per primo, il pentito Massimiliano Caterino, in verbali datati 2009, 2018 e, ancora, 2019. «Da un lato c’erano le vittime di Zagaria, gli imprenditori che pagavano il pizzo, e quelli che chiedevano protezione al clan. E poi c’erano quelli che per prendere appalti pagavano a Zagaria tra il 3 e il 5 per cento dell’importo dei lavori. Il tutto avveniva mediante Francesco Zagaria, cognato del capoclan. Il boss partecipava agli utili di quelle imprese per cui quegli imprenditori erano suoi soci». I passaggi tecnici li spiega, invece, Luciano Licenza. «L’offerta economica veniva presentata in bianco, - si legge in uno dei tanti verbali redatti durante la collaborazione dell’imprenditore - le buste doveva essere senza indicazioni del ribasso, poi Franco Zagaria avrebbe provveduto ad aprire le buste e a sostituire le offerte così facendo apparire come regolare la gara. Mi disse Capaldo che l’accesso alle buste era consentito dalla complicità di un impiegato regionale, di nome Franco Fusco detto ‘o russo». Con queste modalità, le ditte gestite dai sei imprenditori arrestati ieri avrebbero fatto incetta di appalti pubblici fino al 2015. Un settimo imprenditore, ha evitato l’arresto: per lui non sussiste il principio di attualità perché, a dire dei pentiti, era uscito dalle grazie di Zagaria già nel 2006 quando si rifiutò di ospitare in casa sua l’allora capoclan latitante.

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