Nel branco di stupratori in disco il figlio
e i «nipotini» del pentito di camorra

Domenica 10 Novembre 2019 di ​Mary Liguori

Campava, nel 2018, con i mille euro dello Stato perché suo padre, Francesco Massaro, è un pentito della camorra casertana. Era, in quel periodo, inserito nel programma di protezione previsto per i collaboratori di giustizia e viveva in Lombardia. Nell’agosto del 2018 Antonio Massaro, trentadue anni, originario di San Felice a Cancello, ex fortino del clan capeggiato un tempo da suo padre, ha stuprato una 23enne di Milano insieme ai suoi cugini Francesco Ferrara, 25 anni, e Luigi Nappa, 19 anni compiuti tre giorni fa, e quindi minorenne all’epoca dei fatti. È il gip Anna Magelli del tribunale ambrosiano a ricostruire nell’ordinanza spiccata proprio nel giorno del compleanno del minore dei tre indagati, la vicenda che li ha avuti per protagonisti. Pagine fitte di orrore, quelle messe insieme dal pm e vidimate dal gip. Pagine che ripercorrono una notte da incubo durante la quale Cristina (il nome è di fantasia) sarà stuprata per due volte dal branco, umiliata, filmata, derisa. 

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Dei tre indagati, la vittima conosceva solo Francesco Ferrara. «Avevo una simpatia per lui e quando ci incontrammo al Papaya di Segrate, quella sera, ci baciammo anche». Poi arrivarono gli altri due «che non avevo mai visto e il più grande mi disse: “ti va di fare una cosa a tre?”. Risposti subito di no. Poco dopo, quello che disse di chiamarsi Luigi mi offrì un cocktail ma prima di darmelo si girò di spalle: dopo averlo bevuto ebbi la sensazione di essere sballata, di non avere il pieno controllo di me». Forse le fecero ingerire l’Mda, la cosiddetta droga dello stupro. Ferrara, difeso dall’avvocato Nello Sgambato, durante l’interrogatorio di garanzia si è difeso dicendo che il «rapporto a tre c’è stato, che Luigi armeggiava col cellulare durante il sesso» ma ha sostenuto «che lei era consenziente». Dicono altro i referti medici, il racconto dei testimoni che hanno visto la vittima la notte dei fatti. Dice altro Cristina che ha detto di essersi opposto a morsi, schiaffi, pugni dai tre aggressori che però l’hanno sopraffatta approfittando di lei a turno, per due volte. «Quando sono uscita dal Papaya mi sono resa conto che i miei amici erano andati via - ha detto - Francesco mi ha offerto un passaggio e ho accettato perché lo conoscevo già. Ma non mi hanno portata a casa, siamo andati in un appartamento che non so di chi fosse». Era casa di uno dei tre indagati. «Su un divano blu mi hanno violentata a turno, mentre Luigi rideva e riprendeva tutto con un cellulare. Io piangevo, scalciatìvo, ho dato anche un morso a uno di loro. È stato tutto inutile. Quando hanno finito, in lacrime, ho chiesto di essere portata a casa». I tre sono saliti in macchina con la ragazza. «Era un’auto rossa», dirà poi la giovane ai carabinieri di Cassano D’Adda, due giorni dopo, nel corso della denuncia che ha dato il via alle indagini. Ma neanche a quel punto il branco si è fermato. «Prima di arrivare a casa mia, hanno parcheggiato per strada, mi hanno costretta a scendere e Francesco mi ha di nuovo stuprata sul cofano della macchina. Gli alti due lo hanno aiutato e anche questo è stato filmato da Luigi». Cristina è stata poi scaricata fuori casa. Ha chiamato un amico, il giorno dopo i carabinieri, diretti dal capitano Giuseppe Verde, hanno raccolto la denuncia. Sono partite le indagini sfociate negli arresti di tre giorni fa. 
Sono tutti in carcere, ora. Il figlio del pentito, che ha a sua volta precedenti per camora, qualche mese fa è uscito dal programma di protezione. Ferrara ha precedenti per risse e lesioni. Nappa pare sia incensurato. Ma se le gravi accuse che per lui sosterrà la Procura dei minori saranno confermate nelle successive fasi giudiziarie, affermare che ha iniziato la tradizione di famiglia con uno sprint di partenza straordinario, non è un azzardo.
 

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