Violenza, fascicoli archiviati: «Poche tutele e racconti falsi»

Il 70 % delle denunce termina con l'archiviazione da parte del gip

La giustizia
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Marilu Mustodi Marilù Musto
Sabato 11 Febbraio 2023, 17:14 - Ultimo agg. 13 Febbraio, 16:50
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«Come donna provo dispiacere e amarezza per ogni caso di archiviazione che ha in sè il seme di una ritrattazione della vittima. Riscontro una serie di disparità fra uomini e donne in questo territorio che non permettono a queste ultime di essere libere. Spesso le donne non lavorano, l’indipendenza economica è, invece, fondamentale». Lo dice Maria Antonietta Troncone, il capo della procura di Napoli nord. Il suo è il primo ufficio giudiziario (con quello sammaritano) che sul «codice rosso» ha un record: dal raffronto tra il 2020 e 2022 sulle denunce presentate per casi di violenze (ma anche dagli esiti dei processi) nei due tribunali della provincia di Caserta, Santa Maria Capua Vetere e Napoli Nord appunto, si scopre che c’è un’alta percentuale, fra il 60-75 per cento, di archiviazioni decise dal gip. Il movimento Me Too da un lato che invita alla denuncia, l’abisso del «cestinamento» delle querele dall’altro; al centro, storie di donne con poca indipendenza economica, mancata rivalsa e un Sud povero di libertà, perennemente in bilico sul precipizio della sudditanza. Infine, ci sono le denunce strumentali. 

Dal punto di vista sociale, la percentuale giudiziaria è il sintomo di una sconfitta.

Si tratta di procedimenti che nascono dalle denunce di donne che subiscono abusi. Significa che, in media, solo tre denunce di violenza su dieci vanno avanti e arrivano al processo. In udienza c’è da superare un altro scoglio: l’imbarazzo e la paura di trovare il presunto «carnefice» faccia a faccia. Perché questa impennata di fascicoli chiusi? «I motivi sono diversi. La tutela delle vittime è ancora non soddisfacente - spiega Troncone - è inadeguata, anche se negli ultimi tempi gli assistenti sociali sono molto attivi. La verità è che per quanto si cerchi di risolvere i problemi, i nodi non si sciolgono solo a livello penale o giudiziario. Denunciare va bene, poi c’è bisogno di sostegno economico e lavoro per le donne». 

La carenza di occupazione è la base. Poi c’è la punta della piramide: il coraggio e la verità. Non è, però, d’accordo su alcuni punti l’avvocato matrimonialista Rosa Marroncelli, casertana, del foro di Santa Maria Capua Vetere: «Le leggi ci sono, bisogna applicarle», spiega la toga. «Alle donne che denunciano viene garantito il gratuito patrocinio, se gli uffici e le forze dell’ordine lavorassero bene applicando il codice rosso in maniera tempestiva, si potrebbe allontanare la persona pericolosa subito. Ci sono stati casi in cui il violento è stato sbattuto fuori, è lui che deve andar via dall’abitazione non la persona che subisce». L’altra faccia della medaglia sono gli esposti strumentali e, sul punto, l’avvocato Marroncelli pone l’accento su un caso che le è capitato: «Il fatto che la donna non sia tutelata è una leggenda metropolitana perché le regole esistono. Ad esempio, un mio assistito, militare della guardia di finanza, un giorno notò dei lividi sul corpo del figlio il quale, interrogato dal papà, disse che era stata la mamma a picchiarlo. Quando il papà chiese spiegazioni all’ex moglie, lei si recò in caserma e denunciò di essere stata vittima di violenza da parte del marito. A quel punto - racconta la legale - al mio assistito furono sequestrate le armi e fu allontanato. Ci volle tempo per dimostrare che era tutto falso». 

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Ma cosa scatta nella mente di una donna che ritratta le accuse? «Ritengo che le variabili siano troppe per sintetizzarle in un’ unica risposta», dice Angela Montuori, psicologa e psicoterapeuta. «Tra i fattori da considerare elencherei la posizione di svantaggio economico, l’invischiamento in dinamiche di coppia “tossiche” e patologiche. Forse anche, qualche volta, l’uso relazionale della denuncia prima formalizzata e poi ritrattata». 

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