Napoli, quando il capitone a Natale era uno spettacolo: così lo raccontava Giuseppe Marotta

Venerdì 18 Dicembre 2020

La Alessandro Polidoro Editore riscopre uno dei protagonisti del Novecento italiano: Giuseppe Marotta, giornalista, scrittore e sceneggiatore. Celebrato dal pubblico per L’oro di Napoli, da cui Vittorio De Sica trasse l’omonimo film, Marotta è un acuto osservatore della città di Napoli e della sua gente. Il 19 settembre scorso è tornato in libreria, nel giorno che festeggiava il santo, San Gennaro non dice mai no. Pubblicato per la prima volta nel 1948, San Gennaro non dice mai no racconta la Napoli del dopoguerra filtrata dagli occhi dell’autore, di ritorno – dopo una lunga assenza - nella sua città natale. Sensibile osservatore della realtà e visceralmente legato ai luoghi della sua infanzia e giovinezza, Marotta si immerge in una Napoli ancora ferita dagli orrori della guerra. Nel libro c'è un significativo capitolo dedicato alla tradizione natalizia del capitone nella città partenopea, di cui proponiamo un estratto. 

Poter aspettare dicembre, mi dissi, verrà Natale col presepe e col capitone, qui è Natale come in nessun altro paese. Napoli adora Gesù Bambino non meno di Milano e Genova, ma ha una specialissima ammirazione per lui: Napoli, diciamolo, antepone nella sua stima il Figliuolo al Padre e allo Spirito Santo. La mia cristianissima città ricorda con orgoglioso compiacimento che gli editti e le persecuzioni mediante i quali si tentò di impedire la venuta del Redentore a nulla valsero contro il buon diritto e l’abilità del Nascituro; Napoli è devota a Gesù Bambino non solo perché si tratta di Nostro Signore, ma perché Egli, venendo alla luce, fece fesso Erode.

L’inverno campano, un inverno ad honorem sempre fermo alla marina come un viaggiatore impigliatosi nella burocrazia doganale, ammicca e ride col sole tra fughe di scirocco, suggerendo alla nera folla dei vicoli: se volete vedere la neve, visitate i presepi. Io dagli antichi ed illustri presepi delle Chiese napoletane appresi che esisteva la neve e che pastori e pastorelle debbono procedere nei solchi a riguardosa distanza, non come li avevo purtroppo intravisti una volta in una “cupa” di Avellino e in un pagliaio di Giugliano.

Le Chiese di Napoli, a Natale, sono (o così adesso le sento) tiepide come una guancia, piene del calore umano che hanno gli abiti appena tolti, del buon calore che una maglia riceve dalla viva carne e glielo custodisce. Eccitati dallo sforzo di aver sollevato con un solo braccio, all’ingresso, la pesantissima tenda di cuoio imbottito, i giovani catturano, nelle affollatissime Chiese, densi e frantumati sguardi femminili; sopracciglia di mariti e di fratelli si aggrottano; seni si gonfiano continuando la dolce geometria delle navate non meno palpitanti nel fumo dell’incenso; dita si contraggono sui manici degli ombrelli; la sottana di un prete, incendiandosi a una candela, potrà forse restituire a tutti i volti il fraterno sorriso natalizio momentaneamente sospeso, oppure sarà la voce nuda e solenne dell’organo, se non quella ingioiellata del predicatore, a ricordare che per l’appunto in una notte come questa Iddio si fece uomo. E che uomo, osservano mentalmente i napoletani, ripensando che riuscì a nascere contravvenendo alla legge.

Fui ragazzo a Napoli; ora tutti i giorni di dicembre che ricordo mi sembrano quello di Natale. Cammino tra versanti di anguille in via Santa Brigida; mi slogo un polso per sollevare la tenda di cuoio imbottito dell’ingresso del Gesù Nuovo; vedo attempati professionisti accendere alla brace del loro sigaro una castagnola, gettarla in una finestra e continuare tranquillamente la loro strada; barcollo sopraffatto da un gusto improvviso e tragico di capitone; salgo sulle spalle di un amico per raggiungere un mazzo di sorbe su un davanzale e staccarne la più matura; acquisto un biglietto e un fischio per assistere alla Cantata dei Pastori in qualsiasi teatro che abbia ereditato questo spettacolo natalizio dal vecchio e oggi frantumato “San Ferdinando”; col pretesto di raccogliere un numero della tombola bacio sotto la tavola un ginocchio femminile che se non sto attento potrebbe anche essere e accidenti lo è, quello di mia sorella: ora tutti i giorni di dicembre che ricordo sono teneri e pazzi, vagamente carnevaleschi, come l’ineffabile modo napoletano di adorare Gesù vedendo in Lui non soltanto il nostro Salvatore ma anche e sovrattutto il prodigioso bambino che fece fesso Erode.

Vorrei dunque aspettare qui, pensavo, dicembre e il capitone. Avevo la valigia in mano, avevo in tasca il biglietto per Milano, stavo partendo e continuavo a pensare: non ho rivisto Napoli, non ci sono veramente tornato se non ho atteso qui dicembre e il capitone in via Santa Brigida, forse ci sarà ancora don Benigno a venderlo come dev’essere venduto.

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Nelle innumeri case il capitone viene immobilizzato, o almeno trattenuto, sul marmo del tavolo della cucina, dagli sforzi riuniti dell’intera famiglia; vorrà morire, se non di vera e totale morte, quanto occorre per essere cotto e mangiato? Si convincerà alla fine che questo è un paese i cui abitanti gli somigliano, gente non meno infelice e strenua di lui, che va nel Mare dei Sargassi ma non ci resta, che viene sbattuta contro i suoi muri o contro i suoi sogni dalle disgrazie, che viene fatta a pezzi ma in ogni pezzo si agita, che muore solo quanto basta per essere benedetta e seppellita, facendosi, così, meglio gustare nel ricordo? La carne del capitone è infatti squisita. Bianca, tenera, diafana come l’ovatta dei presepi, si carica presso la spina di un roseo innocente. Il suo sapore è continuo, mite, senza scatti, un filo di corrente fluviale; ha gli aromi dell’acqua dolce, versativi dall’erba delle rive, ma ha pure la certezza, la sostanza, la forza del mare. La carne del capitone si sgrana in candidi fili: voi non la masticate ma la dipanate dolcemente: e frattanto, come se ve lo raccontassero, un po’ staccato da voi come il dramma a teatro, è Natale a Napoli; starei per dire: è Napoli a Napoli.

 

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