Dal furto al falso il giallo Gioconda: «Ecco la verità su Monna Lisa»

Sabato 16 Marzo 2019 di Francesco Mannoni
A cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, un saggio investigativo di Silvano Vinceti, Il furto della Gioconda (Armando editore, 192 pagine, 15 euro), rilegge alla luce di nuova documentazione, il più clamoroso furto di opere d’arte del ventesimo secolo. E sostiene che a rubare il capolavoro del maestro di da Vinci in modo rocambolesco il 21 agosto del 1911 non fu l’operaio italiano Vincenzo Peruggia, che per questo reato fu arrestato a Firenze nel 1914 (mentre tentava di vendere il dipinto a un antiquario), processato e condannato. Ma quello recuperato, era davvero il dipinto originale? Quello che si ammira al Louvre potrebbe essere una copia?
I veri esecutori del furto sarebbero due fratelli italiani anch’essi emigrati in Francia, Vincenzo e Michele Lancellotti, assoldati da un mercante e truffatore, un famigerato marchese Edmondo di Valfierno, che faceva la spola fra Parigi e Los Angeles vendendo opere d’arte false o rubate ai milionari americani. Fu lui a organizzare il furto, a far eseguire da un abile falsario, Yves Chaudron, ben sei copie del celebre ritratto che andarono a finire nelle mani di collezionisti americani (pagati fino a 300.000 dollari l’una) convinti di comprare l’originale. E la «Gioconda» che si ammira al Louvre potrebbe essere una di quelle copie. Al complicato accertamento dei fatti, Silvano Vinceti, scrittore, autore e conduttore televisivo di programmi storico-culturali della Rai, è venuto a capo dopo aver studiato nuovi e originali documenti costuditi negli archivi di Stato di Firenze. E ciò che ha scoperto gli consente di affermare che Vincenzo Peruggia, quel 21 agosto non entrò mai al Louvre e non rubò la «Gioconda».

 

Quale fu il vero ruolo di Vincenzo Peruggia nel furto del capolavoro di Leonardo, Vinceti?
«Un ruolo secondario: sicuramente non fu il solitario ideatore del furto, tanto meno della sua concreta esecuzione. I veri autori del furto furono i fratelli Vincenzo e Michele Lancellotti, amici del Peruggia, provenienti da paesi vicini, Domezia e Cadore della provincia di Varese. Peruggia portò il dipinto a Firenze (che poteva essere una copia) e così, ingenuamente, si auto-denunciò».

Se non fu lui l’esecutore materiale del furto, perché si assunse tutte le colpe? 
«In una intervista pubblicata nel 1932 dopo la sua morte da un importante periodico americano, Edmondo de Valfierno, pseudo-marchese di origine argentina, parla del Peruggia come di uno sprovveduto. Nell’intervista, davvero illuminante, asserisce che la sua incarcerazione rese più tranquilla la banda. De Valfierno espose con tutti i dettagli il ruolo da lui svolto nel furto: ruolo confermato da altri documenti e da una testimonianza della moglie di Michele Lancellotti. Altri indizi, raccolti durante la mia lunga ricerca storica, confermano che l’imbianchino e vetraio italiano si prestò solo a indossare i panni di ladro, si presume ben ricompensato».

Che il ladro non fosse Peruggia è confermato da un grave svarione che emerge dal verbale dell’interrogatorio che gli fece in Italia un magistrato francese dopo l’arresto. Questi chiese a Peruggia se fosse uscito dal Louvre con il quadro «rottolato» sotto la blusa. Ma come si può arrotolare un quadro dipinto su una tavola di pioppo? Non se ne rese conto il giudice o bleffava di proposito? Mentiva Peruggia quando rispose sì?
«Forse la spiegazione più logica è che Peruggia non lo sapesse e sicuramente ha mentito anche su altri aspetti importanti inerenti il furto. Da un esame attento dei documenti fiorentini originali, emerge con una certa chiarezza che il processo al Peruggia non si svolse in modo oggettivo. Forse era stato realizzato un accordo politico fra il governo italiano e quello francese la cui polizia per oltre due anni non brillò di efficienza investigativa. Finalmente vi era un reo confesso, l’opera - presunta autentica - di Leonardo era stata recuperata, tutto era andato a buon fine. Ma l’ipotesi che dietro il furto vi fosse un’organizzazione criminale capeggiata da Edmondo de Valfierno, è più che probabile. Non avrebbe senso altrimenti l’intervista che concesse quando stava male e sapeva di aver poco da vivere, a condizione però che fosse pubblicata solo dopo la sua morte».

Quindi, la «Gioconda» che si ammira al Louvre, potrebbe essere una copia?
«Il passato di questa vicenda racchiude nel suo ventre molte verità che rimangono gelosamente custodite; altre riemergono alla luce del giorno. Questa rigorosa ricerca basata su documenti storici, testimonianze e altri indizi mi ha portato a concludere che la possibilità che al Louvre vi sia un falso d’autore poggi su buone gambe argomentative». © RIPRODUZIONE RISERVATA