Di Stefano, saga di famiglia del Sud per dire come eravamo

Giovedì 28 Maggio 2020 di Titti Marrone
«Ce n'è di cose da raccontare, potresti davvero farci un romanzo o due, ne abbiamo viste di tutti i colori». La madre Dinuzza lo disse al figlio, lui la prese in parola. Il risultato è un racconto fluviale, appassionato, avvolgente, e sta nelle 600 pagine di Noi (Bompiani), in uscita. Dove Paolo Di Stefano mostra «quanto possa essere tragica e magnifica» l'unione di una grande famiglia siciliana, la sua, con esito che, se pure ascrivibile al genere della saga, spalanca squarci intensamente evocativi dando vita a un mondo complesso, percorso da una molteplicità di temi.
C'è il mancato passaggio alla modernità di un Sud ancora contadino con gli arcaismi di gerarchie patriarcali e feroci riti di sottomissione delle donne. C'è l'epopea vissuta da molti emigrati al Nord a ridosso del miracolo economico, con il suo corollario di speranze, sacrifici e rimpianti. C'è il conflitto padre-figlio fatalmente attaccato addosso a chi mai avrebbe voluto ma lo rivive, come riprodotto sul calco delle generazioni precedenti. C'è il sentimento della perdita di un fratello bambino, costante presenza in inserti di pensiero che inseguono lo scrittore o forse da lui si fanno inseguire, punteggiati in un vitale carattere rosso. C'è una scrittura alimentata da memorie di parenti, ricerche febbrili di documenti, foto, ritagli ingialliti, appunti scavati in cassetti dimenticati e credenze scricchiolanti. C'è la grande famiglia di Avola nei suoi due rami, il paterno Di Stefano e il materno Confalonieri, in totale un numero di persone che supera il centinaio, proprio com'era nelle genealogie meridionali di non molti anni fa. Quelle famiglie sterminate in cui si perdeva il filo dei figli, zii, nonni, cugini. «Tutti morti, tutti morti», ossessivamente ripete la mamma Dinuzza detentrice di un massiccio repertorio di ricordi sgranati come un rosario interminabile di sofferenze e dolori: le proprie crisi nervose, i sacrifici economici, i contrasti con la suocera, i disagi per i trasferimenti, le sfuriate del marito. Ma a svettare su ogni altro, la perdita del figlio Claudio a nove anni, per leucemia acuta.

Il perno del racconto è la figura paterna dello scrittore: Vannuzzu, telescriventista dotato di cultura classica, passione per gli aggettivi, spirito delicato, destinato a diventare professore di latino e greco al liceo classico. Da Avola, Vannuzzu si trasferisce a Milano nel 1952: «Una città in bilico tra modernità e macerie strade sterrate, tram, biciclette cigolanti, bancarelle.. per le vie del centro sfilano bianche Topolino-C della Invernizzi che portano sul tetto la Mucca Carolina gonfiabile». Arriva alla vigilia del miracolo economico, in tasca ha l'elenco dei compaesani già sul posto e si lancia in forsennate ricerche di lavoro alla Borletti, all'Istituto Martinitt, alla Banca d'America e d'Italia, all'Olivetti, all'Ansa. Da Milano tornerà ad Avola con le pive nel sacco, ma incontrerà Dinuzza, metterà su famiglia, tornerà ad emigrare, si stabilirà in Svizzera. Ma prima di lui, insediato con tipico dominio patriarcale anche nella sua vita di emigrato, viene suo padre Giovanni u Crucifissu, baffuto pecoraro perennemente arrapato. In tutta Avola si favoleggia delle sue gesta di femminaro aduso a relazioni plurime. E a sottomettere la moglie zittendone le proteste con feroci stupri coniugali commessi in pubblico. Ma nei ricordi di Claudio, il piccolo nipotino stroncato da un male curabile solo quattro anni dopo la sua morte, u Crucifissu sarà un nonno dolcissimo.

La genealogia è completata da figure indimenticabili come zia Venerina, ai tempi «testa spettinata ma giusta per continuare a studiare»: solo che è femmina, allora all'avviamento ci va il fratello maschio, fa niente se stupido. A lei resterà solo la Singer. Non così insolita è la storia di un parente acquisito, Tiralongo, che come narra la leggenda familiare «lascia e raddoppia». Cioè molla la moglie Clara a Avola e va in California, dove si fa una seconda famiglia gemella della prima, consorte simile, figli uguali. Scolpita nel legno duro del convenzionalismo familiare è poi la figura della suocera di Dinuzza, Mariannina. Che s'indigna all'acquisto della lavatrice da parte del figlio, per lei chiaro indizio dell'indole scansafatiche di sua nuora. E il timbro delle ostilità familiari sarà simboleggiato dai finti baci doppi dispensati sfiorandosi le guance, o meglio sbattendole una all'altra.

Non capita spesso di leggere un libro in cui scorre tanta vita. Si va dal dopoguerra agli anni del boom, i ricordi vagano dalla stoffa di paracadute usata per fare i vestiti ai bagni di mare della famiglia di Vannuzzu nella Fiat nuova fiammante, figli ammassati dietro, teglie di pasta al forno nel cofano. E tutto parla proprio di come eravamo.
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