Erri De Luca: «I miei romanzi nati scalando i monti»

Martedì 23 Luglio 2019 di Ugo Cundari
Scrittore impegnato, dallo stile inconfondibile di periodi brevi e profondi come i passi di un camminatore tenace, Erri de Luca ama passeggiare. Qualche volta l'ha tentato di più il nuoto, l'andatura a fior d'acqua. «I gesti del nuoto sono i più simili al volo. Il mare dà alle braccia quello che l'aria offre alle ali; il nuotatore galleggia sugli abissi del fondo» dice, ma poi ha vinto la presa salda sul terreno, sul manto poroso di una città come Napoli dove è nato nel 50. Spesso, nei suoi libri, la celebra per le salite sulle quali arrampicarsi, non per il mare da contemplare.

De Luca, passeggiare aiuta a pensare o a distrarsi?
«Il ritmo regolare del movimento mi sgombera la testa e mi fa arrivare da fuori dei pensieri. Questa è la mia impressione, che siano spifferi che irrompono all'improvviso. Non sono cose solenni, ma associazioni, ricordi, battute, giochi di parole».

Che percorsi sceglie di solito?
«Vado in montagna e salgo su qualche cima. Evito la città. Preferisco andare in salita piuttosto che in pianura e preferisco il suolo sconnesso a quello lastricato o asfaltato. Non mi piace correre e non faccio jogging».

 
Ha un passo lento o veloce?
«All'inizio devo andare piano per avviare l'andatura, dopo un'ora posso accelerare ma tenendomi sotto la soglia dell'affanno».

Il ritmo lento è tipico del Meridione? Ha delle virtù o è nocivo in un mondo come quello odierno?
«Il Meridione va a passo d'uomo, che non è lentezza ma giustezza di tempi. La premura permette di fare qualche cosa in più, ma senza soddisfazione e con continuo sguardo all'orologio. Si accelera per risparmiare tempo, ma per fare cosa di quel tempo risparmiato?».

Durante le passeggiate prende ispirazione per i suoi testi? Per quale suo libro una passeggiata, una camminata, è stata più importante?
«Il mio prossimo libro in uscita a settembre per Feltrinelli, titolo Impossibile, mi è spuntato in testa mentre salivo in montagna tra le Dolomiti».

Trama?
«A 40 anni dal processo che li ha visti uno nei panni del pentito che rivela i nomi, l'altro in quelli dell'accusato, due uomini si incrociano su un sentiero di montagna poco battuto. Il primo è vittima di un incidente, mentre il secondo chiama i soccorsi, ma non c'è più nulla da fare. E ora se ne sta di fronte al magistrato che è convinto che quella caduta dalla Cengia del Bandiaracc sia un regolamento di conti, il duello fra due vecchi compagni di lotta e amici di gioventù, ritrovatisi poi l'uno contro l'altro».

Meglio passeggiare da soli o in compagnia?
«Vado volentieri da solo, posso andare al mio passo e non devo parlare. In compagnia vado quando c'è da condividere una scalata».

Quando passeggiava per Napoli, dando per scontato che non lo fa più, dove andava? Quali percorsi preferiva?
«Il mio punto preferito era il molo di Mergellina. Bella era anche via Caracciolo nei giorni di vento».

Se dovesse consigliare una passeggiata a un suo caro amico, quale percorso in quale luogo sceglierebbe?
«Salire al Vesuvio, vedere la città da lontano, calma e distesa tra colline, promontori, mare. Camminare sulla roccia vulcanica, sui licheni che colonizzano le lave spente e le preparano per le ginestre. Non è solo panorama, che si trova anche da altre affacciate, è un punto di vista che fa volere bene al golfo intero».

Che differenza c'è tra salire sulle Dolomiti e salire sul Vesuvio?
«Per i piedi nessuna, per il resto del corpo si tratta di andare alla sorgente del fuoco e dell'incubo maggiore di chi è nato sul golfo. Sulle Dolomiti salgo invece montagne che provengono dal fondo del mare».

Quando, dopo la salita, si passeggia scendendo a valle, i pensieri cambiano? La mente ha una impostazione differente?
«I muscoli della discesa sono differenti e la stanchezza si è accumulata, dunque l'attenzione va tenuta anche più pronta della salita. La maggior parte degli incidenti avvengono in discesa».

Chi ama camminare, in fondo, dentro di sé, si sente un cittadino del mondo, un apolide?
«Si sente uno che può scavalcare i posticci confini inventati dagli Stati».

Un altro scrittore che ama passeggiare in montagna è Mauro Corona, secondo lei come si traduce nei suoi libri questa passione?
«Mauro Corona scrive storie passate dal suo corpo e dall'ascolto di voci intorno a lui. Nelle sue pagine non si trovano città, aeroporti, centri commerciali. Sono pagine che sanno di aria aperta».

Lei è nato in una città di mare ma ama di più la montagna, perché?
«Il mio corpo si muove meglio in montagna, scalando a quattro zampe le superfici che puntano in alto. Mi procuro un isolamento e una concentrazione più intensa». © RIPRODUZIONE RISERVATA