I misteri di Valdenza nell'esordio noir di Antonio Fusco

di Donatella Trotta

Un esordio letterario nel segno del thriller, con venature noir. Ma con un titolo dal sapore evangelico che sembra alludere alla complessità estrema (e avvincente) di un’indagine - non soltanto poliziesca - ai confini tra bene e male: dove la ricerca della verità si annida nel mistero dell’anima umana, oltre che nel nocciolo di buio di un efferato assassino seriale spinto da un movente di ardua decifrazione. Si intitola «Ogni giorno ha il suo male» il romanzo di Antonio Fusco appena pubblicato dalle edizioni Giunti (pagg. 256, euro 12,90), che sarà presentato in anteprima a Napoli, città d’origine dell’autore cinquantenne, attualmente Vice Questore e capo della Squadra Mobile di Pistoia.



All’incontro, in programma stasera alle ore 20:30 presso l’Associazione Natakapa, in via Sedile di Porto 55, dialogheranno con l’autore Barbara Strappato, Vice Questore aggiunto della Polizia di Stato di Napoli e il giornalista Mediaset del Tg5 Pierangelo Maurizio, con letture dal libro di Corinne Bove, accompagnata alla chitarra da Francesco Amati.



Antonio Fusco
, funzionario della Polizia di Stato che ha lavorato a Napoli e a Roma prima di radicarsi a Pistoia, dove si occupa di indagini di polizia giudiziaria, è specializzato in criminologia forense e, da oltre vent’anni, esperto delle tematiche di contrasto alla violenza sulle donne e di lotta alla pedopornografia. Un bagaglio di esperienze di tutto rispetto. Dal peso tuttavia non lieve: che l’autore sembra aver voluto condensare e, insieme, sublimare nella storia narrata in «Ogni giorno ha il suo male», con un’operazione quasi catartica di (riuscita) scrittura narrativa, se non inconsciamente esorcistica. Dove la linea d’ombra che separa la normalità quotidiana dall’abisso del male è simboleggiata, per l’autore, dalla striscia bianca e rossa stesa sullo scena di ogni crimine: «Noi possiamo anche dividere l’umanità in quelli che passano la striscia e quelli a cui non è consentito farlo», dice all’inizio del libro il protagonista, il commissario napoletano Tommaso Casabona, di stanza in una tranquilla cittadina della provincia toscana, l’immaginaria Valdenza, spiegando al suo fidato collaboratore Massimo le motivazioni che l’hanno spinto a fare questo mestiere di strada che può indurire il cuore.



«Tutto quello che noi viviamo - continua Casabona, antieroe che evoca l’ispettore catalano Xavier Falcòn di Robert Wilson, o il detective della polizia scozzese John Rebus di Ian Rankin oppure il poliziotto Fabio Montale di Jean-Claude Izzo, maestro del noir mediterraneo, per fare solo qualche esempio -, noi che passiamo al di là del nastro, ce lo portiamo dietro: ombre che si muovono con gambe proprie. Incubi pronti a riemergere ad ogni occasione propizia. Questa è la peggiore condanna per chi passa quella linea. Di questo lavoro che ci siamo scelti: vedere il mondo attraverso la lente deformante del male che buttiamo giù, senza mai riuscire a digerirlo veramente».



Perché in fondo, tenta di convincersi Casabona, cinico e disincantato soltanto per mestiere, in realtà tenero d’animo, «l’investigatore è solo un professionista che fa il suo lavoro; non spetta a lui redimere la feccia dell’umanità con la quale viene a contatto». E il male, nella quieta Valdenza, irrompe all’improvviso. Con il misterioso assassinio di una donna irriconoscibile e priva di identità, ritrovata in una casa non sua, in una posizione innaturale, con una fascetta stringicavo al collo, il volto e i polpastrelli delle mani corrosi dall’acido. E con il suo strascico di domande senza risposta. Come molti degli interrogativi sulle questioni ultime e penultime della vita adombrati nel libro (dal karma orientale alla ricerca della felicità, dalla colpa alla salvezza, dalla responsabilità educativa all’amore, fino alla morte). Un caso che potrebbe sembrare isolato, o frutto di un delitto passionale, ma così non è.



Un caso che diventa, nel libro, solo il preludio di una serie di crimini perturbanti, tasselli di un mosaico che il killer gestisce con abilità, come a voler sfidare personalmente il commissario Casabona. In un gioco perverso in cinque mosse che coinvolge diversi attori e fattori intrecciando pubblico e privato dell’investigatore, sposato con Francesca e padre di due figli ormai grandi: la primogenita Chiara, 25enne che aspira a diventare criminologa e il più fragile Alessandro, ospite di una comunità di recupero per tossicodipendenti a causa di cinque anni di trascorsi con la droga.



La trama - che non sveleremo oltre -, con una colonna sonora che alterna le note di «You must believe in spring» dall’album «Toghether again» di Bill Evans e Tony Bennett, a «Riders on the Storm» dei Doors, fino a «Summertime» cantata da Ella Fitzgerald nella versione jazz del Tee Carson Trio, si dipana con un ritmo serrato in sequenze dal taglio cinematografico, fitte di dialoghi, di descrizioni d’ambiente e orchestrate in cinque scene, un prologo e una conclusione che sembrano già predisposte per una sceneggiatura.



Attingendo a molti spunti di attualità tratti dalle cronache (pedofilia, violenza nelle carceri, dissoluzione dei legami familiari), Fusco dispiega nel libro anche le tecniche e le metodologie investigative di una vera indagine italiana non esitando a mostrarne, con ironia, persino i retroscena in ombra, quelli che non sempre finiscono nel mainstream mediatico: sbagli, leggerezze, superficialità che a volte possono costare un prezzo elevato in termini di vite umane. E la trama investigativa diventa così, nel dettato del genere noir, un pretesto: per narrare soprattutto il disagio di civiltà (individuale e collettivo) e i problemi della società in cui l’autore, prendendone le distanze attraverso la scrittura, più che dare risposte o trovare la soluzione al suo giallo pone domande. Intrise di inquietudine.



Confermando, come ha detto qualcuno, che giallo e noir, in quest’ottica, più che intrattenere e far evadere il lettore - lo sapeva bene il maestro di feuilleton Francesco Mastriani con i suoi «Misteri di Napoli» - lo devono invadere. Spingendolo a interrogarsi a sua volta sui tanti ”normali“ mostri della porta accanto che proliferano nel nostro presente. E affrontandoli con la consapevolezza del Vangelo di Matteo, per il quale «a ciascun giorno basta la sua pena».



Clicca qui e segui Il Mattino su Facebook!

Giovedì 3 Luglio 2014, 18:22 - Ultimo aggiornamento: 03-07-2014 18:28
© RIPRODUZIONE RISERVATA



COMMENTA LA NOTIZIA
1 di 1 commenti presenti
2014-09-13 19:17:00
tutti giallisti Consentitemi un pregiudizio : c'è un vero e proprio diluvio di gialli sugli scaffali delle librerie. Come mai? E' certamente un genere che tira ultimamente a giudicare anche dal numero delle trasmissioni sui "gialli" ancora irrisolti nel nostro paese, dei telefilm sui mitizzati ( forse troppo) reparti "scientifici" delle polizie, e dalla spazio che la stampa e i mass media in genere riservano ai delitti. Tuttavia qui parliamo di scrittura e la faciloneria con cui si stanno pubblicando questi romanzi mi insospettisce alquanto. Io ho letto Scerbanenco, Simenon, Montalbàn, Markaris fino a Camilleri ( Vargas non mi piace) ma ora si esagera! Niente niente si pensa che sia un genere facile? Molti di quelli ch ecensite penso saranno nenahc letti e comunque presto dimenticati

QUICKMAP