Luciano Floridi e il coraggio dell'ingenuità: appunti per la civiltà digitale

Sabato 13 Giugno 2020 di Cristian Fuschetto
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Se sono in un ristorante non chiedo più se abbiano internet, mi infastidisco se non trovo subito le indicazioni con le password di accesso. Oltre a voler dire che avrei bisogno di uno specialista, questo significa che mi trovo in una società matura dell’informazione. È una questione di aspettative. Sono tante le cose che diamo per scontate: chiamare un taxi e pagare le bollette con un’app, selezionare prodotti online, pagarli con transazioni digitali nonché tracciarne la spedizione, fare un bonifico tramite servizi e-banking, cercare un indirizzo e arrivarci con un navigatore, valutare le referenze, prenotare un ristorante e a volte anche cominciare a ordinare direttamente sul web. Se ci aspettiamo di poter fare tutte queste cose vuol dire che siamo nell’infosfera, che non è un altro mondo ma il mondo cablato dalle Ict.
 
Perché l’infosfera trasforma il mondo
È una questione di aspettative e le aspettative digitali sono come una bussola che sta a indicare non tanto una direzione ma una posizione: se ne abbiamo abbastanza vuol dire che siamo in una società “matura” dell’informazione, un posto in cui, per dirla in breve, è semplicemente impossibile pensare di spegnere internet senza pensare di dover spegnere tutto il resto. A differenza di quanto è accaduto con la stampa, e prima ancora con l’invenzione della scrittura, le tecnologie dell’informazione basate sul digitale hanno questo di particolare: non sono più un motore dello sviluppo ma sono diventate condizione necessaria di esistenza. Esagerato? Provate a uscire di casa senza lo smartphone e vedrete quanto si complica la giornata. Oppure provate a immaginare cosa succede se va in tilt il sistema informatico di un qualsiasi supermercato. Diventa impossibile vendere anche una sola caramella, ecco cosa succede, perché ogni cosa che esce da quegli scaffali va “scaricata” dal sistema in modo da aggiornare il database del magazzino. Senza rete un supermercato, ma anche un aeroporto o l’Inps, smette di essere quello che era per diventare un contenitore piuttosto inutile di merci, di persone e di dati. L’infosfera trasforma il mondo perché trasforma le cose e, con esse, trasforma noi che la abitiamo.
 
Un nuovo progetto umano
La rivoluzione digitale incide sull’ontologia (sull’essere delle cose), sull’epistemologia (sul modo in cui le conosciamo) e sull’antropologia (sul modo in cui consideriamo noi stessi), ed è per questo che interrogarsi sull’infosfera è decisamente un buon modo per capire quello che ci gira intorno, in altri tempi si sarebbe detto per apprendere il proprio tempo col pensiero. E questo è esattamente quello che ci si aspetta da un libro di Luciano Floridi, perché fa questo di mestiere: insegna Etica e filosofia dell’informazione a Oxford, ma anche perché con i suoi ultimi due volumi, La quarta rivoluzione e Pensare l’Infosfera, Floridi ha contribuito come pochi altri al dibattito internazionale su cosa significhi vivere in una società matura dell’informazione. Nel suo ultimo libro, Il verde e il blu. Idee ingenue per migliorare la politica pubblicato pochi giorni fa per Raffaello Cortina, Floridi fa qualcosa di diverso, non ci spiega più solo i modi attraverso cui il mondo è diventato un’immensa rete ma traccia percorsi per cominciare a prendersene cura e porre le basi di un nuovo “progetto umano”.
 
Non si vive sulla televisione, ma si vive sul web
“Non si vive sulla televisione, ma si vive sul web” scrive Floridi in un inciso, e in effetti basta poco per dire che tutto è cambiato. Siamo nella rete? E allora cominciamo dalle relazioni, perché le relazioni, oggi, vengono prima delle cose. Se pensiamo a una comunità o a una società pensiamo istintivamente a tante persone che interagiscono tra loro, immaginiamo tanti atomi simili a mattoncini Lego collegati tra loro all’interno di uno spazio, che sia un quartiere, una città, una nazione, che li contiene. Sono tante le metafore per definire la società, ma in genere per rendere l’idea si parla di organismo o meccanismo sociale, tante piccole parti che si uniscono e danno vita a un insieme. Ebbene, secondo Floridi oggi queste metafore non aiutano ma inceppano l’analisi dei problemi, come se applicassimo la fisica di Newton per capire la meccanica quantistica. Non è che la fisica di Newton non serve più in assoluto, è che non è adeguata alla comprensione del mondo delle particelle. Accade lo stesso per la politica, se oggi vuol incidere nel tessuto sociale deve aggiornare le intuizioni del senso comune e capire che non sono i mattoncini a mettersi in relazione ma sono le relazioni a fare i mattoncini.
 
Le relazioni vengono prima delle cose
In una rete, spiega Floridi, i nodi non pre-esistono per essere poi collegati, ma sono le stesse relazioni a costituirli. Tradotto nella pratica significa, tanto per fare un esempio, che quello che conta nel progetto politico europeo è lo spazio relazionale radicato nella condivisione di valori e non lo spazio “cosale”, fisico e puramente geografico dei confini, ed infatti è questa la ragione per cui Cipro (che è molto più vicina all’Asia) può far parte dell’Unione Europea ed è questa la ragione per cui un domani si dovrebbero poter espellere dall’Unione paesi geograficamente tali ma non europei dal punto di vista relazionale. Il digitale “scolla” la normatività dalla territorialità, così come scolla la presenza dalla località (pensate alle lezioni online) o ancora, l’intelligenza dalla biologia (intelligenza artificiale) per incollare in modi ancora tutti da progettare vecchie funzioni a nuove cose o nuove funzioni a cose vecchie. È con questa realtà che la politica deve fare i conti se vuol sperare di incidere nel mondo. “Si tratta di approfondire la possibilità che non siano le cose, ma le relazioni – che costituiscono tutte le cose e che intercorrono tra di loro – a poter svolgere un ruolo fondativo nel pensiero politico del ventunesimo secolo”, scrive Floridi. Come a dire che prima dell'io e del tu, prima del noi e del voi, c'è la relazione che li tiene insieme, anzi la relazione che li fa emergere. 
 
Il trust universale e la fine del contratto sociale
Il superamento della prospettiva classica di tipo cosale in favore di una prospettiva reticolare ha un’altra conseguenza molto interessante: l’upgrade del contratto sociale nel trust universale. Se il primo si basa sul primato degli individui, delle cose e degli obblighi, il trust riconosce il primato delle relazioni e dei rapporti di fiducia. Molto noto nell’ordinamento inglese, il trust è un istituto giuridico in cui nessuno ha a rigore la titolarità dei beni perché c’è un fiduciario che li amministra e una persona, il fiduciante, che li cede a favore di determinate persone o di enti, i beneficiari. Consideriamo la Terra e le prossime generazioni come il bene più grande che abbiamo da tutelare? Organizziamoci in un trust universale in cui siamo tutti progressivamente fiduciari, donatori e beneficiari, è questo quello che ci si può aspettare da una società matura dell’informazione. “La vita di un essere umano – scrive Floridi – è un cammino, che va dall’essere solo un beneficiario all’essere solo un donatore, passando attraverso la condizione dell’essere anche un fiduciario responsabile del mondo. Iniziamo la nostra carriera di agenti morali come stranieri del mondo; la dovremmo terminare come suoi amici”. Il blu, il colore del digitale, diventa fratello del verde, che non è solo ambiente ma è futuro.
 
Umanisti per la civiltà digitale
Nel libro che conclude la trilogia sull’infosfera, dicevo, c’è tutto quello che si aspetta da un professore di etica e filosofia dell’informazione, ma c’è anche molto altro. C’è di più perché nei ragionamenti di Floridi la consistenza e la forza del genitivo “informazione” non oscurano mai la potenza dei due sostantivi, etica e filosofia. Attento ai problemi della filosofia e non a quelli dei filosofi, il professore di Oxford fa la genealogia delle fake-news, spiega l’indissociabilità tra privacy e identità (perché noi “siamo” i nostri dati), distingue con vigore una politica adatta alla società dell’informazione dalla politica digitale dell’uno vale uno, incapace di discriminare tra sovranità e rappresentanza, denuncia lo squallore dei populismi aggrappati a elettori ridotti a interfacce. 
C’è di più e di inaspettato perché tra le righe di un volume di filosofia digitale si finisce per scavare nella carne viva di alcuni tra i più significativi passaggi della filosofia morale e dell’antropologia filosofica del ‘900. C’è il “principio responsabilità” di Hans Jonas, cos’è infatti il trust universale se non la forma dell’obbligo che le generazioni attuali devono riconoscersi verso quelle future, se non la bussola potenziale di un’etica per la civiltà tecnologica e digitale? C’è, tra le righe, il richiamo all’eccentricità dell’uomo di Helmut Plessner, vale a dire al riconoscimento di una unicità che non rimanda ad alcuna superiorità ma rimane memento contro ogni tecnologia o politica omologatrice. C’è l’umanesimo dell’altro uomo di Emmauel Lévinas laddove c’è l’invito a considerare l’io del soggetto un attimo dopo la rete che lo costituisce. Sono delle suggestioni, Floridi cita – sempre solo quando è strettamente necessario – altri giganti del pensiero, Hobbes, Kant, Wittgenstein, Cassirer e così via, ma poco importa perché a nutrire le sue idee per una politica rinnovata c'è quel vasto territorio su cui finora hanno trovato cittadinanza i concetti, le sfide e le ambizioni dell'umanesimo propriamente detto, del pensiero che non smette di cercare una propria posizione nel mondo persuaso del fatto che quella posizione non ci sia. E non è un caso che Floridi chiami queste idee "ingenue". Come ha scritto Chesterton, "Il coraggio più estremo consiste nel salire in cima a una torre per dichiarare alla folla riunita che due più due fa quattro”. 
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