Gino Giaculli, «Mi prendo la città»: così Napoli è diventata città da mangiare

Sabato 28 Maggio 2022 di Generoso Picone
Gino Giaculli, «Mi prendo la città»: così Napoli è diventata città da mangiare

Nella notte dei Quartieri Spagnoli piove olio di frittura. È l'effetto collaterale e imbarazzante del parco a tema gastronomico che tra i vicoli e i panni stesi, l'immondizia agli angoli e le impalcature intorno, tutto così precario e contro ogni norma ma tanto pittoresco, qualcuno si è ostinato ad allestire. Qualche migliaia di chilometri più in là, a Parigi è appena andata a fuoco la cattedrale di Notre Dame e il fumo e le fiamme infliggono una ferita profonda a un monumento della civiltà che commuove il mondo.

I fotogrammi dei due oltraggi ai valori dell'umanità scorrono paralleli nella storia che Gino Giaculli narra in Mi prendo la città, titolo metaforico ed efficace (prefazione di Viola Ardone, Homo Scrivens, pagine 236, euro 15). Non si limitano a costruire la cornice all'interno della quale si svolgono le vicende sentimentali e professionali di Gianluca Ogiani, Alex, Fabrizio Colonne e Sulejma Shariff, ma vanno a costituire gli episodi simbolici che consegnano, pur con toni diversi, la questione realmente protagonista del romanzo: l'offesa che si porta alla bellezza, avvilita nel momento stesso in cui ipocritamente si grida che salverà il mondo.

Il punto di caduta di questa parabola è Napoli. Nelle pagine di Giaculli appare il luogo dell'eterno ritorno all'uguale, sospeso nella dimensione purgatoriale delle anime in pena tra un Paradiso retoricamente declamato e un Inferno concretamente vissuto. Qui tutto si ripete e si rinnova, però niente cambia. Si tira a campare ripetendo il monologo del Peppino Girella di Eduardo De Filippo, posto in esergo al romanzo, «è sempre cosa 'e niente»: il mantra della rassegnazione accondiscendente. «A furia 'e ddicere è cosa 'e niente siamo diventati cosa 'e niente io e te», ribatte il Peppino-Eduardo.

Così, di notte ruspe ed escavatori sventrano abusivamente il sottosuolo della città per eliminare il problema del traffico e dei parcheggi fino ad arrivare al mare, e sui muri del centro storico compaiono i manifesti che annunciano le magnifiche sorti progressive di un'area total food. In fondo, è lo stesso scenario descritto nove anni fa in Il mestiere di carta, esordio narrativo del giornalista de «Il Mattino» e primo atto della saga di Gianluca Ogiani, anagrammatico alter ego, cronista de «Il Graffio», coraggioso fino all'incoscienza nello sparigliare le carte dei pescecani del malaffare.

Allora era alle prese con la minaccia di Hydroneapolis, il progetto che pretendeva di scavare nelle profondità di via Caracciolo saldando l'antica pratica della speculazione con i moderni traffici dei rifiuti tossici; oggi si misura con Quartieri Eat, il piano predatorio del Polo del mangiare, il disegno convergente del cavaliere Pasquale Torsciello, manager della ristorazione già garzone a Brooklyn, e di Tony Zannone, dell'omonimo clan, detto Spillone.

Si tratta di impacchettare l'aria di Napoli, di confezionare il suo fascino sbiadito nella confezione del brand, di lanciare una spregiudicata operazione di marketing ambientale che colga l'occasione del successo del logo: romanzi, film, canzoni, quadri e pizze, spaghetti e cozze in ogni salsa che promettono vagonate di turisti e tir di guadagni. Già Montesano in Di questa vita menzognera del 2003 e Cappuccio con Fuoco su Napoli del 2010 ne avevano dato una rappresentazione aspra, allucinata, surreale: Gino Giaculli-Gianluca Ogiani ne registra l'evoluzione parossistica e individua pure la possibile crepa nel muro dell'immutabilità. 

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Con il suo lavoro, il giornalismo d'inchiesta e di denuncia, lui e il gruppo di «Il Graffio» animato dal sacro fuoco della verità, riescono a scompaginare i piani di Torsciello e Zannone e a dare una possibilità alla bellezza di Napoli: prendendosene cura, conservandola e valorizzandola. E dovranno essere i giovani a far scattare la molla della ribellione.

Tra un brano dei Police o dei Pink Floyd, una serata nei localini, il pensiero di Gianluca che fugge nel passato verso Alex trasferitasi proprio a Parigi, il futuro che si proietta alla ragazza di Pompei per la quale andrà matto, la trama di Giaculli si alimenta dell'entusiasmo vitalistico e dell'ansia sognatrice di Ogiani e soci. Come La pelle del mare, il romanzo di un anno fa, questo custodisce una storia di speranza e una intensa testimonianza civile. Lo muove un'urgenza che deve nascere dall'amore per Napoli e dalla voglia di ribaltare definitivamente l'«è sempre cosa e niente» di Eduardo. 

Ultimo aggiornamento: 20:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA