Goodrich: «Io, l'amica americana e la mamma partenopea»

Sabato 25 Settembre 2021 di Titti Marrone
Goodrich: «Io, l'amica americana e la mamma partenopea»

C'è una scrittrice non napoletana che vede e capisce e racconta la città meglio di chi ci è nato. È di Washington e vive ad Aukland, Nuova Zelanda, ma padroneggia la nostra lingua meglio di noi e di tanti scrittori italiani. Ne domina ogni sfumatura, al punto da scrivere in un italiano limpido, strabiliante, una lingua letteraria solo sua, mantecata con un retrogusto sapido di napoletano. È Heddi Goodrich, che dopo l'esordio folgorante di Perduti nei Quartieri Spagnoli (Giunti 2019, pagine 18,50, euro 459), torna dallo stesso editore con L'americana (pagine 348, euro 18).

Si direbbe un romanzo di formazione, o l'antefatto del precedente dove la protagonista era una studentessa Usa all'Orientale. Qui infatti appare Frida, ragazza americana arrivata sedicenne a Castellammare per uno scambio culturale. Anche qui una mamma napoletana la accoglie nella sua casa, stavolta per un anno, anche qui spicca una storia d'amore.
«Ero consapevole che il libro, con un titolo così e per di più scritto in prima persona, rischiava di essere scambiato per autobiografia o autofiction», dice Heddi Goodrich. «Ma credo che l'uso della prima persona sia semplicemente un'impronta del mio stile. Poi certo, condivido con la protagonista la nazionalità, ma non sono Frida. Lei viene da una famiglia diversa dalla mia, vive un rapporto di maggior tensione con sua madre. Il nuovo romanzo è piuttosto frutto della mia maturità e dei miei recenti studi sulla psicologia femminile e sull'anima, e quindi in questo senso non può essere un antefatto dell'altro. Per me qui è centrale il tema della femminilità, dell'armonia tra il principio femminile e quello maschile (o tra il mare e la montagna)».

Riflessi l'uno nell'altro come il Faito e lo specchio marino di Castellammare, maschile e femminile si fronteggiano in una guerra guerreggiata di amori, tra i quali domina quello di Frida per Raffaele, contiguo agli ambienti camorristici. Il personaggio più potente è Anita, la mamma napoletana che cita Socrate per spiegare l'adulterio e si lascia alle spalle tre amori. Anita balza subito nella storia all'arrivo di Frida alla stazione della Circumvesuviana, con l'auto guidata come fosse un tassista newyorchese, imprecando negli ingorghi e salutando calorosamente i passanti paesani nella strada chiassosa che si apre davanti a loro.

«Lei e Castellammare di Stabia sono i due personaggi cui ho voluto rendere omaggio», spiega Heddi. «Attraverso Anita, ho voluto fare un ritratto fedele, anche fisicamente, della donna che definisco la mia mamma napoletana. Ho tentato di ricreare la sua grande forza d'animo e le dinamiche complesse del nostro vero rapporto non i fatti realmente accaduti all'epoca - com'era negli anni Ottanta».

Anita andata sposa giovanissima dopo aver minacciato i suoceri ostili, Anita ambìta da uomini inconsistenti di cui sa fare a meno, Anita che lavora al sindacato e vive con due figli, un cane e una tartaruga, è la «vera» americana. Lo è fin da ragazza, per amore di libertà e ancor prima, da piccola, quando si appassionava a Capitan Mike e al Grande Blek. «Non avrei mai potuto scrivere il romanzo senza di lei, non solo per la misura in cui lei ha contribuito alla mia formazione di donna, ma anche per il suo contributo in senso pratico», aggiunge Heddi Goodrich. «Mentre scrivevo, mi telefonava o mi raccontava su Messenger i suoi ricordi d'infanzia nella Gragnano del primo dopoguerra, e alcuni li ho trascritti senza quasi toccarli: ha una memoria cristallina, ricorda perfino i dialoghi. Erano anni che dicevo alla mia mamma napoletana che volevo scrivere il nostro romanzo. Perciò all'inizio era contraria al fatto che cambiassi le vicende reali: voleva che raccontassi di noi in maniera più biografica. Però quando ha capito l'effetto che cercavo di ottenere attingendo fortemente alla fantasia, quando ha capito che così potevo essere in un certo senso più sincera e vulnerabile, ne è stata molto contenta. Leggendo infine il manoscritto, mi ha chiesto di modificare una sola cosa: la descrizione dei suoi seni in spiaggia».

E proprio nelle descrizioni emerge più fortemente la lingua letteraria di Heddi Goodrich: quando disegna il codice della violenza appreso fin da piccolo da Raffaele, cui la madre rompe la mascella, o quando gli mette in bocca un napoletano che è «una fusione di crudezza e dolcezza». Con lui, Frida conosce un mondo violento, carnale, spaventoso. «Nessuno mi ha mai parlato così, in modo tanto sporco e sincero», dice la ragazza.
«Tutte le emozioni di Frida le ho provate personalmente, anche se attraverso una vita intera e quindi slegate da una trama lineare, magari per questo risultano così vere», riflette Heddi Goodrich. «Durante la stesura del romanzo le ho rivissute al punto che a volte, mentre scrivevo, piangevo e quasi non riuscivo a vedere le parole sullo schermo, eppure erano scene inventate. Insomma, mi sono completamente immedesimata in Frida (e in Anita)».

E poi ci sono impagabili descrizioni di Castellammare, della villa comunale con la cassa armonica, del golfo simile a un lago su cui «galleggiano Ischia e Capri e in primo piano alcune barche di pescatori dimenticate sull'acqua come ciabatte persiane». Ci sono le fonti dell'acqua della Madonna, i biscotti stabiesi, i «fucaracchi», fuochi dell'Immacolata, il fiordilatte di Agerola con la sua unicità. Come fa a conoscerli, e a raccontarli così, una scrittrice americana?
«Per me i luoghi geografici sono vivi» risponde lei. «Ci formano come individui, ci ribelliamo a essi come fossero i nostri genitori, viviamo un rapporto passionale con loro, di amore e odio. E popolano la nostra immaginazione, per sempre».

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