“Il confine” di Silvia Cossu: un viaggio attraverso la vanità e la verità delle persone

“Il confine” di Silvia Cossu: un viaggio attraverso la vanità e la verità delle persone
di Alessandra Farro
Mercoledì 23 Febbraio 2022, 13:23
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Silvia Cossu è nata a Roma nel 1969, "Il confine", edito da Neo Edizioni, è il suo quarto romanzo. Sceneggiatrice cinematografica, oltre che scrittrice di romanzi, la Cossu in questo suo ultimo lavoro esplora l'animo umano attraverso ciò che resta, quando la vita è stata percorsa e, arrivati a una maturità tale da poter scavare attentamente e onestamente dentro se stessi, c'è una scelta da compiere: raccontarsi attraverso realismo o attraverso vanità. La protagonista della storia, infatti, è una biografa, che si fa pagare per scrivere ciò che gli altri vogliono lasciare di sé, spesso in modo fin troppo lontano dalla realtà, almeno finché non arriva uno psichiatra, che le chiede, finalmente o purtroppo, un lavoro diverso.

Com’è nata questa storia?
«Qualche anno fa volevo scrivere la biografia su uno psichiatra del gruppo di terapisti che hanno inventato le terapie brevi. Si propone di risolvere patologie gravi in un ciclo ridottissimo di incontri, tra le dieci e le venti sedute. Mi sembrava un miraggio e allo stesso tempo mi affascinava e mi rendeva scettica, così ho deciso di raccontare la storia attraverso la biografia. A un certo, a questa idea n'è subentrata un'altra: raccontare del rapporto tra il biografo e chi lo ritrae. Questo è l'avvio del romanzo, così sono passata all'esplorazione della scrittrice a pagamento che scrive la vita di chi la incarica e chi la incarica. La biografia  insegue la versione che desidera chi la paga, piuttosto che la verità. Ci sono persone che, magari, in fondo alla vita decidono di restituire la verisone di sé che più gli aggrada e lei, biografa, si attiene a quella senza scrupolo rispetto a ciò che è stato veramente. In questo caso chi ha davanti, lo psichiatra, le chiede, invece, di arrivare alla verità, che prescindere dal suo desiderio, la verità che attraversa la sua vita. In realtà facendo questo, sta mentendo, solo che lei non lo sa».

A lei è mai capitato di scrivere la biografia di qualcuno?

«Mi è capitato negli anni tra il mio lavoro di sceneggiatrice e quello di scrittrice di ragionare su quanto nel ritratto entri il ritrattista, ciò che il ritrattista vede e il ritratto stesso. La biografista in questo romanzo sta tentando di smascherare lo psichiatra, mentre, in realtà, sta raccontando se stessa. Questo avviene nei ritratti: sono un'illusione di ciò che si vede e ci si aspetta dell'altro. Mi interessa molto la relazione tra ritrattista e ritratto, si crea uno spazio denso di reciproche aspettative, cosa insegue uno e cosa l'altro vuole che venga visto e raccontato. Lei, nel nostro caso, vive facendosi pagare per raccontare la vanità delle persone».

Perché secondo lei esiste questa esigenza manifesta di raccontarsi nella vanità?
«La vanità è il motore morale del nostro tempo. C’è una distanza enorme tra come un individuo appare e ciò che è in effetti, ma come appare. Oggi più che mai quello che appare di noi è fondante. Siamo tutti preoccupati di ciò che appare di noi, invece di esserlo per quello che siamo veramente. In questa distanza tra ciò che appare e che siamo, lì, la biografa si infila, per vivere ciò che di noi appare. Adesso, poi, la vanità coi social è cresciuta, l'apparenza sustituisce ciò che siamo e l'apparire non è piu strumentale per quaslcos'altro, ma bisogna apparire perché si vuole far coincidere l'apparenza con quello che siamo».

Il nome della protagonista non viene mai citato, perché?
«Lei è la voce narrante. Non l'ho fatto aposta, è casuale. Ma credo sia perché essendo lei un io narrante non c’è occasione perché venga chiamata dall'altro. Tutto è secondo il suo sguardo, quindi non c’è necessita che venga nominata».

Il personaggio dello psichiatra si ispira a qualcuno di reale?
«A tanti è ispirato. Ho approfondito le terapie brevi, chi le ha sperimentate e chi le ha diffuse. Mi sono appassionata anche alla vita di questi psichiatri e anche alle terapie messe in atto. Trovi di tutto quando approfondisci, quindi il personaggio è immaginario e vagamente ispirato un po' lì e qua da persone realmente esistite, soprattutti per quanto riguarda l'approccio rispetto alla malattia mentale, che non è nel folle, ma nello sguardo di chi osserva il folle».

Altri progetti?
«Il linguaggio dello sceneggiatore e quello dello scrittore sono diversi ed entrambi mi interessano, quindi continuerò a occuparmi di entrambi. Intanto, il 7 aprile a Napoli esce alla Galleria Toledo il docufilm 'Io lo so chi siete' su Vincenzo Agostino: la storia di un signore che da trent'anni si batte per la verità sull'uccisione di suo figlio». 

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