L'Italia non è un Paese per scienziati (né ricercatori)

di Gilberto Corbellini

Non è un Paese per scienziati, l'Italia. Almeno non per quei ricercatori i quali sanno che il progresso scientifico e tecnologico si fonda su quella che il Nobel Jacques Monod chiamava l'etica della conoscenza scientifica: l'adesione al postulato morale di dire sempre come stanno i fatti, rifiutandosi di piegarli a qualsiasi genere di opinione, ideologia, ambizione etc. Probabilmente l'Italia ha smesso di essere un Paese per scienziati da quando si chiusero le esperienze nel 1630 dell'Accademia dei Lincei (per la condanna di Galilei e la morte di Cesi) a Roma e nel 1666 dell'Accademia del Cimento a Firenze.

Negli ultimi decenni la illogicità delle scelte politiche sulla ricerca scientifica, fatte a livello di parlamento, di ministero, ma anche di enti di ricerca e formazione pubblici, ha toccato in ogni caso impressionanti livelli. Non ci si capacita come sia possibile fare errori così incredibili, che vanno dalle decisioni insensate e dannose che guidano i finanziamenti o i reclutamenti, alle politiche economiche o sanitarie pseudoscientifiche in settori strategici come l'agricoltura, le vaccinazioni, il trattamento del cancro, il rischio sismico, etc. Per dare il senso della schizofrenia toccata dalla situazione, basti pensare che noi professori siamo pagati con le tasse dei contribuenti per insegnare all'università ai futuri scienziati e professori che gli ogm sono sicuri e utili, che Xylella è un grave patogeno per gli ulivi, che l'omeopatia è un accrocco di insensatezze e non cura alcunché, che le staminali mesenchimali al momento sono acqua fresca per le malattie degenerative, che le vaccinazioni hanno salvato e salvano la vita a centinaia di milioni di persone, che la chemioterapia del cancro è efficace, che i terremoti non si possono predire, etc. Però, i governi, ministeri e giudici, anche loro pagati con la stessa finanza pubblica decidono al contrario di quelle che spieghiamo agli studenti essere le conseguenze logiche di quello che sappiamo, soprattutto per l'interesse generale. Solo nell'Unione Sovietica di Stalin, cioè negli stati totalitari (e in quelli teocratici e pseudodemocratici) i professori universitari e gli scienziati sono trattati peggio.

Il sistema italiano della ricerca è messo male non solo per responsabilità della politica. Ma anche perché la comunità scientifica non ha mai fatto e non fa davvero niente per contrastare le derive di cui la stessa si lamenta ogni giorno. Parafrasando l'uomo politico e filosofo conservatore del Settecento Edmund Burke: la cattiva scienza prolifera dove i bravi scienziati non fanno nulla. L'ultimo libro di Roberto Defez Scoperta. Come la ricerca scientifica può aiutare a cambiare l'Italia, (Codice Edizioni, Torino, 2018) chiama appunto in causa la comunità scientifica. Nella prima parte si passano in rassegna tutte le scempiaggini di cui siamo stati testimoni negli ultimi decenni, e si spiega perché basterebbe usare la logica argomentativa e le procedure di controllo del metodo per evitare che certe cose accadano. In altri Paesi, infatti non accadono o accadono raramente. Mentre la seconda parte è dedicata alla palude dei finanziamenti e dei reclutamenti.

Il libro contiene molti dati e molte idee e la seconda parte meriterebbe di essere letta dai ricercatori. Visto che per loro la prima parte dovrebbe essere solo un ripasso. Dice per esempio Defez, ricercatore dell'Istituto di Bioscienze e Biorisorse del CNR a Napoli, che non serve dare più soldi alla scienza, perché in queste condizioni di inefficienza e con la burocrazia che crea inverosimili e punitive condizioni per accedervi e usarli con la scusa di introdurre più controlli e favorire la selezione dei migliori, mentre accade il contrario meglio mettere i soldi da altre parti. Per migliorare l'efficienza del settore turistico per esempio. Non riusciamo a usare che la metà dei fondi comunitari, spendendoli male sia per scarsa trasparenza sia perché non li distribuiamo in modi competitivi.

La comunicazione/divulgazione della scienza, osserva sempre Defez è in uno stato pietoso. Ma soprattutto gli scienziati che guidano laboratori, istituti o dipartimenti non sono in grado, anche per motivi di controllo e invidia verso chi promette di essere più bravo, di allevare giovani che abbiano indipendenza sperimentale e intellettuale. Giustamente, chi ha un sentimento innato di indipendenza ed è bravo (intelligente e motivato), scappa all'estero. E altrettanto giustamente, in termini di razionalità della decisione, non torna più.

Il messaggio chiave del libro è l'idea che questo Paese potrebbe uscire da molti problemi sia interni sia esterni alla ricerca se usasse regolarmente il metodo scientifico per ridurre il potere discrezionale dei decisori e aumentare l'estensione della sfera civile dove si possono condurre analisi qualificate non attraverso la pseudodemocrazia di internet dei dati e dei problemi sui quali si dovranno poi prendere le decisioni. Usando statistiche, analisi e controlli, e lasciando comunque alla politica l'ultima parola sulle decisioni da prendere, si potrebbero istruire discussioni pubbliche davvero informate e oneste sia sulla vendita dell'Alitalia o di una grande industria dell'automobile, su come e dove investire per creare reti efficienti di telefonia mobile, su quali siano le energie rinnovabili davvero ecologiche ed economiche o come promuovere le costruzioni antisismiche. Senza dimenticare le terapie innovative in medicina, le biotecnologie in agricoltura, etc. Gli scienziati, a loro vota, dovrebbero essere più onesti e trasparenti, andando spontaneamente in aiuto delle istituzioni politiche e giudiziarie attraverso la creazione di albi di esperti disciplina per disciplina, che svolgere compiti di consulenza per politici, magistrati o giornalisti.

Nella confusione attuale tutti si sentono autorizzati a parlare e, in genere, a urlare più forte per imporsi su chi è troppo incerto. E nessuno paga i costi per aver detto una fesseria che è stata usata per decisioni sbagliate. Così come non ci si ricorda mai delle balle dette da sedicenti scienziati e professionisti. Tenere un piccolo registro online e scrivere un programma informatico, certificato a livello governativo, che consenta di accedere e usare utilmente la messe di dati disponibili per sapere da chi fargli meglio per studiare e decidere politicamente in merito a una questione tecnica, sarebbe banale.
Lunedì 9 Aprile 2018, 14:38
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1 di 1 commenti presenti
2018-04-09 15:32:10
"'L' uomo si distrugge con la politica senza princìpi, col piacere senza la coscienza, con la ricchezza senza lavoro, con la conoscenza senza carattere, con gli affari senza morale, con la scienza senza umanità, con la fede senza sacrifici.” Mahatma Gandhi Egregio Professore, forse Ghandi pensava all'Italia...

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