«La giustizia è cosa nostra», torna il coraggioso libro-inchiesta di Bolzoni e D’Avanzo

di Marco Perillo

Ci vuole coraggio a riproporre dopo un quarto di secolo un testo coraggioso, troppo frettolosamente sparito dalle librerie. Questo coraggio lo ha avuto la giovane casa editrice palermitana Glifo che ha ripubblicato «La giustizia è cosa nostra» (248 pag., 18 euro), testo scritto a quattro mani da Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo. Se il secondo, scomparso nel 2011, è annoverato tra i migliori giornalisti d’inchiesta italiani di sempre, il primo, ricordiamolo, anch’egli importante firma di Repubblica, è l’autore di quel «Il capo dei capi» da cui è stata tratta l’omonima fiction televisiva.
 
«La giustizia è cosa nostra» è un libro scottante, scomodo, poiché si narra, attraverso diverse storie vere, di quella «giustizia aggiustata» a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta che dette il via libera agli anni più cruenti della mafia siciliana. Giudici e boss, avvocati e politici in un turbine di processi di mafia pilotati, di uomini d’onore condizionati e corrotti, per una delle pagine più nere del nostro Paese. Bastava un cavillo, un risvolto burocratico della giurisprudenza e il processo veniva «aggiustato», col benestare dei mammasantissima. Pensiamo per esempio all’assoluzione degli assassini dell'ufficiale dei carabinieri Emanuele Basile, che se la cavarono per un “eccesso di indizi”, paradossalmente troppi per essere considerati colpevoli. Oppure al caso di Corrado Carnevale, magistrato accusato di aver favorito alcuni imputati eccellenti nei processi di mafia - ma poi assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione di tipo mafioso - o, in senso più lato, a tanti casi di processi di camorra e ‘ndrangheta cancellati per semplici “peli nell’uovo”.
 
Tutto questo accadeva prima delle stragi del 1992 e del 1993, quando la storia d’Italia transitò obbligatoriamente da Palermo, pagando un tributo di sangue col sacrificio di Falcone e Borsellino. Poi la svolta successiva, quella che portò i boss stagisti dietro le sbarre. Le bombe e il terrore lungo la Penisola non furono altro che la reazione di una mafia - fino a quel momento più o meno impunita - per la sua massiccia costrizione nel bunker dell’Ucciardone. E in questo libro, che è anche un perfetto esempio di come si effettua un’inchiesta giornalistica, si capisce bene il perché.
 
Non si tratta solo di una ripubblicazione. Alcune pagine in evidenza del volume sono dei veri e propri approfondimenti, commenti a margine e riflessioni di alcune autorevoli voci come Sebastiano Ardita, Antonio Balsamo, Piercamillo Davigo, Giuseppe Di Lello, Pietro Grasso, Leonardo Guarnotta, Alfonso Sabella, Luca Tescarola, Giuliano Turnone. Il tutto, impreziosito dalle illustrazioni di Alessandro Bazan.

Ci vuole coraggio, dicevamo. Per riparlare di certi temi e per tenere sempre alta l’attenzione su un fenomeno che non è mai sparito del tutto. Il fatto che questo coraggio arrivi da giovani editori, in tempi tra l’altro non certo facili per l’editoria, lascia davvero ben sperare.
 
 
Martedì 8 Gennaio 2019, 18:06 - Ultimo aggiornamento: 08-01-2019 19:36
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