Con «Làppese a quadriglié» tra i doppi sensi del dialetto

Lunedì 7 Giugno 2021 di Ugo Cundari
Con «Làppese a quadriglié» tra i doppi sensi del dialetto

A metà tra una lezione per non addetti ai lavori sui segreti di una ricerca etimologica, e un caso di studio rappresentativo della ricchezza della lingua napoletana, Làppese a quadriglié (Langella, pagine 16, euro 25, con cofanetto e legatura a filo artigianale prodotto in 175 esemplari numerati e firmati dall'autore) di Nicola De Blasi, ordinario di Linguistica italiana alla Federico II, svela i misteri di una espressione antica. Che significa «tengo 'e làppese a quadriglié che m'abballano pe capa», o meglio quante sfumature di pensiero comunica?

D'accordo, basta andare su Internet o usare l'intuito, l'espressione è sinonimo di tengo un diavolo per capello, ma perché usare termini come «l'àppese», storpiatura napoletana di lapis, matita, e «a quadrigliè», per indicare, dicono alcuni, i quadretti presenti sulle matite che, se fissate, facevano girare la testa? De Blasi non è contento di questa prima risposta, indaga. Cita antichi letterati, autori di dizionari napoletano-italiano, ricerche di decenni fa. La conclusione? Prendendo spunto da La gatta cenerentola del Basile e dalle poesie di Viviani, è questa: «l'àppese si riferiscono agli organi maschili, insomma è una sfumatura elegante per indicare qualcuno che ha «i cazzi che gli ballano pe' ccapo». Intorno alla testa di una persona veramente nervosa, dunque, non ballano solo le matite, ma anche ben altre cose».

Se ci fosse ancora qualche dubbio, De Blasi cita Nomi e volti della paura nelle valli dell'Adda e della Mera del glottologo Remo Bracchi, da cui si apprende che a Livigno la parola «àpis», «che, a ben guardare, è làpis, da cui è caduta l'iniziale interpretata come articolo» significa «pene». Chiarito questo aspetto, che c'entrano i quadriglié? «Può anche alludere alla quadriglia in quanto danza, cosa che ben si aggancia all'immagine metaforica ed eufemistica delle matite che ballano intorno alla testa». Ancora una volta De Blasi dimostra, con un piccolo caso etimologico, che il napoletano rimane la lingua dei doppi sensi.
 

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