“Le biglie di Natale”, i racconti di Lo Pomo tra sogni e ricordi

di Ciro Manzolillo

Non c’è bisogno di andare a tutti i costi alla ricerca delle acrobazie della parola o lavorare sulla corposità di una narrazione per dare ad un’opera letteraria più vis. In fondo è quando si prosciuga la trama che si può varcare l’impossibile, è nel suo restringersi che si deve rintracciare la conclusione. Insomma, è col racconto breve che ci si può imbattere con l’inatteso miracolo di consentire al lettore di allontanarsi molto pur arrivando in fretta alla fine di una storia. Qualcosa di affine ad un miracolo o prodigio affiora da “Le biglie di Natale” di Oreste Lo Pomo, - pubblicato da Valentina Porfidio Editore - tre telegrafici racconti che vedono come coordinate di approccio il ricordo, il sogno, l’amore per la poesia, il sentimento perso o ritrovato verso un luogo.

Nella prima storia, che porta il titolo di copertina, è protagonista un uomo che vive a Roma e si porta dentro il rimorso per non essere andato al funerale della madre. Viene invitato da una zia a passare il Natale con lei, e così Marco (questo il suo nome) si ritrova il 24 dicembre, insieme ad un anziana donna, nello scompartimento del treno che lo sta portando dalla capitale al paese d’origine. Riaffiorano in lui i ricordi del passato. Il treno è costretto a fermarsi per un guasto: quando ripartirà e giungerà finalmente a destinazione la notte (di Natale) sta volgendo verso il nuovo giorno e un miracolo si sarà già consumato...

“Affaccio sul cortile” narra il ritorno a Potenza di un signore che dovrà vendere l’appartamento ereditato dai genitori. L’arrivo nella sua città, con cui ha sempre avuto un rapporto contrastato di amore e di odio, costituisce per l’uomo l’opportunità per srotolare la pellicola della memoria e andare alla ricerca dei luoghi, dei volti degli amici e dei posti dell’infanzia, ma la realtà che si presenta ai suoi occhi ormai ha dissolto del tutto il passato, in una atmosfera sospesa in una tristezza senza tempo.

Infine, “Midnight in Potenza” è un racconto autobiografico in cui l’autore in una strana e afosa notte viene risucchiato nel vortice di un sogno, ritrovandosi all’improvviso sulla centralissima via Pretoria, cuore pulsante del capoluogo lucano al civico dove un tempo era ubicata la frequentata libreria del poeta Vito (Tuccino) Riviello. Da una strana luce ecco comparire il poeta (amico e maestro) con la sua solita “palandrana rossa e la maschera”, insieme a lui si intravedono Rocco Scotellaro, Leonardo Sinisgalli, Michele Parrella, Ernesto Treccani, Tommaso Pedio, Maria Padula, Giuseppe Antonello Leone, Gerardo Cosenza ed altri scrittori che appaiono come le ombre di una setta che fa ricordare quella dei “poeti estinti” del professore Keating-Robin William e dei suoi ragazzi nel film di Peter Wier “L'attimo fuggente” (1989). E’ una felice e suggestiva spirale immaginifica quella in cui si lascia catturare Lo Pomo anche per poter affermare quanto sia urgente per gli uomini, in questo tempo contorto, il bisogno di poesia e - citando Shelley - come sarebbe utile (e rassicurante) affidare agli stessi poeti una legislatura del mondo.

Tre racconti quelli del direttore della testata giornalistica della Rai Basilicata nei quali, senza lasciarsi prendere dall’assillo di una scrittura ricercata, è abilissimo nel descrivere compiutamente situazioni che svolazzano via sempre in un momento prossimo alla fine. Perché la compiutezza di racconto è la conclusione, cioè la bellezza, lo stile.
 
Lunedì 8 Gennaio 2018, 14:51
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