Linguaggio e genere: perché è importante usare le parole giuste

«Le donne sono ancora marginalizzate nella comunicazione e discriminate fortemente nella realtà»

Linguaggio e genere: perché è importante usare le parole giuste
Linguaggio e genere: perché è importante usare le parole giuste
di Roberta Avallone
Lunedì 12 Dicembre 2022, 12:32
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Il linguista Noam Chomsky afferma che il linguaggio è ciò che ci rende umani. Siamo l’unica specie del pianeta, infatti, che è riuscita a sviluppare una maniera di comunicare così complessa. La lingua serve a descrivere la realtà che ci circonda e proprio come quest'ultima è in continua evoluzione, anche la lingua lo è. Il potere del linguaggio è immenso, può tanto compiere gesti positivi quanto discriminare, rafforzare stereotipi e rapporti di potere.

Nel 1987 Alma Sabatini scriveva “Il sessismo nella lingua italiana”, mettendo in luce il legame tra discriminazione culturale e discriminazione semantica: «Il lavoro di Sabatini - afferma Manuela Manera, linguista e autrice di “La lingua che cambia” - analizzava le scelte linguistiche attuate in testi reali. In appendice a quest'opera l'autrice forniva una serie di consigli molto pratici, una sorta di vademecum in cui dichiarava in modo esplicito che usare la lingua in modo non discriminatorio era ed è possibile. In seguito ci sono stati numerosi lavori di ricerca e di analisi che si sono susseguiti nel corso degli anni».

«È interessante ricordare - aggiunge Manera - “Il sessismo nella lingua italiana. Trent'anni dopo Alma Sabatini” a cura di Gabriele Maestri e Anna Lisa Somma pubblicato nel 2020 che fa un bilancio e fotografa la situazione attuale. A seguito della Convezione di Istanbul poi, si è rinnovato l'impegno e l'attenzione verso una comunicazione corretta e rispettosa». In teoria, quindi, la sensibilità sul tema è alta ma nella pratica si incappa ancora in errori. 

«A questo proposito - continua - aiuterebbe dismettere la parola sensibilità e usare la parola competenza nei riguardi del rapporto tra lingua e genere, che non può più limitarsi al solo il sessismo nei confronti delle donne ma che deve allargare lo sguardo a come sono rappresentate e descritte tutte le persone». 

Usare correttamente il linguaggio, in maniera inclusiva ed estesa alimenta infatti la parità. «Le parole - dichiara Manera - formano i nostri pensieri, agiscono sul nostro immaginario e ci mettono in relazione con il mondo e con le altre persone, rafforzando sentimenti di fiducia, apertura, solidarietà oppure alimentando pregiudizi e bias. Le parole e la lingua estesa non cambiano nell'immediato la realtà ma il loro potere è sotto i nostri occhi. Basti pensare alla parola femminicidio: con questa parola siamo in grado di nominare in modo più appropriato un fenomeno che era indicato fino agli '80 con il nome di delitto d'onore. Sono due espressioni diverse che fanno riferimento a due società differenti. La lingua estesa quindi depotenzia gli stereotipi».

Nonostante il “potere” intrinseco della lingua di cambiare la percezione della realtà, sono ancora molte le donne che decidono, specialmente in contesti accademici e istituzionali di utilizzare parole declinate al maschile per descrivere se stesse. L'esempio più recente riguarda la decisione di Giorgia Meloni di riferirsi a sé come “il” presidente del Consiglio e non “la” presidente. Secondo Manera «Tutte le persone, a prescindere dalla loro identità di genere hanno introiettato stereotipi e linguaggi discriminatori. Nessuna persona può ritenersi immune da false rappresentazioni che ha assorbito. Nel momento in cui si arriva alla consapevolezza che il proprio comportamento linguistico risulta scorretto sarebbe opportuno porvi rimedio». 

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«Le donne - aggiunge - sono ancora marginalizzate nella comunicazione e discriminate fortemente nella realtà. Eppure ancora oggi alcune preferiscono non dare importanza alla scelta delle parole e ricorrono a una nominazione al maschile. Questo indica quanto abbiano introiettato il maschilismo ancora presente nella nostra società, che è un modo poi di pensare i rapporti tra le persone in modo gerarchico».

C'è però anche un'altra riflessione da aggiungere perché alcune donne scelgono il maschile per sé come una forma di strategia di invisibilizzazione per non attirare l'attenzione e per evitare tutta una serie di micro aggressioni nel proprio contesto lavorativo. Forse ambienti più accoglienti potrebbero aiutare le persone a non scegliere di nascondersi dietro a un maschile percepito come rassicurante. Compiere scelte non sessiste non è quindi solo una responsabilità individuale ma è anche una responsabilità collettiva», conclude.

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