Napoli, un anno senza De Crescenzo: «Io, napoletano d'Europa offeso dai pregiudizi»

Lunedì 13 Luglio 2020 di Luciano De Crescenzo

Quello che segue è un articolo di Luciano De Crescenzo, pubblicato originariamente su «Il Mattino» del 2 aprile 1979, ora contenuto in «Accadde domani», libro postumo dell'ingegnere-filoso scomparso il 18 luglio di un anno fa. Il volume, con la prefazione della figlia Paola, raccoglie articoli scritti da De Crescenzo per quotidiani e riviste dal 1977 al 2002 (l'ultimo ancora sul nostro giornale, il 21 dicembre). Tutti, come quello che abbiamo scelto e intitolato «Un napoletano offeso in quanto europeo», in qualche modo «preveggenti» o capaci di trattare argomenti e problemi purtroppo ancora attualissimi. Sempre con la sua filosofia, quella di chi avrebbe scelto «Pigliate na pastiglia» come inno nazionale.

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All'epoca del colera, un giorno, venivo in macchina da Salerno e percorrevo il raccordo per prendere l'autostrada del Sole quando fui affiancato da un'auto targata Como i cui quattro occupanti avevano tutti un fazzoletto intorno al viso, alla maniera di Jess il bandito, e procedevano, malgrado il caldo, con i finestrini chiusi. Avevano paura che il vibrione fosse una farfalla, capace di entrare dai finestrini e infilarsi in bocca. Ecco un esempio di come alle malattie dell'ignoranza in una zona del paese possa fare pendant l'ignoranza di qualcuno che abita da tutt'altra parte. In questi ultimi mesi Napoli ha invaso le prime pagine dei giornali italiani (e non solo italiani) per la mortalità infantile, per l'assenteismo degli operai dell'Alfasud, per il processo intentato da Maurizio Costanzo a carico di Mario Merola e della sceneggiata, e per i servizi sui bassi napoletani. Oggi moltissimi italiani, come quei quattro sull'autostrada, sono convinti:
1. che a Napoli i bambini muoiono come nel terzo mondo;
2. che tutti gli operai meridionali sono degli sfaticati;
3. che uccidiamo regolarmente chiunque insidia le nostre donne;
4. che un terzo dei napoletani (così è stato scritto) vive nei bassi insieme a una quindicina di figli e a un migliaio di topi.

Voglio chiarire che non sto facendo il napoletano offeso. Se non altro perché come cittadino, anche se amo Napoli, penso di essere europeo. Ritengo, però, che certe campagne di stampa, oltre a non essere obiettive, siano anche nocive per quelle stesse persone che vorrebbero aiutare. E qui abbiamo a che fare con un concetto discusso dai filosofi di tutti i tempi: che cos'è la verità? Se io racconto solo una parte della verità, ho raccontato la verità? È ovvio che non accuso Walter Preci di aver montato artificiosamente il servizio sui bassi, pur tuttavia l'essersi limitato a puntare la cinepresa solo su alcuni aspetti drammatici (veri, verissimi) senza peraltro dare un'idea quantitativa del fenomeno, ha lasciato credere agli spettatori che tutta la Campania si trovasse nelle stesse condizioni.

Una recente indagine commissionata dall'amministrazione provinciale (I bassi di Napoli, Guida Editori) ha accertato che l'affollamento attuale di un basso a Napoli è di 3,7 persone, numero indubbiamente alto, ma comunque sempre lontano dalle 14 o 15 persone che normalmente affollavano ogni gruppo familiare intervistato dal cronista. E dal momento che parliamo di numeri, diamo uno sguardo anche alla mortalità infantile. Senza citare le fin troppo facili e catastrofiche cifre degli anni anteriori al '74, ci accorgiamo che in poco meno di cinque anni la mortalità infantile a Napoli è diminuita esattamente di un terzo. Questa è una notizia talmente grande da meritare un grande titolo in prima pagina, ma non mi sembra di averla mai letta a caratteri cubitali su nessuno dei giornali italiani. Provate a dare uno sguardo ai dati che ci passa l'Istat sulla mortalità infantile relativi alla provincia di Napoli. Questi sono numeri e non opinioni. Siamo passati dal 33,7 per mille del 1974 al 22,5 del 1978 e ci avviamo a raggiungere il 16,8 per mille che rappresenta la media nazionale. Paragonare Napoli a Calcutta è solo una frase a effetto. Non a caso nel servizio televisivo si sono visti, intervallati alle immagini sui bassi, anche dei bambini negri e indiani. Eppure la mortalità infantile del terzo mondo è tutt'altra cosa: cammina su cifre che di regola superano il 200 per mille. Perché allora tanti rilievi sulla recente epidemia del sinciziale? Forse perché per la prima volta tutti questi bambini sono morti in un solo posto: l'ospedale Santobono. Negli anni precedenti le povere creature morivano in silenzio ciascuno nella propria piccola casa.

L'assenteismo dell'Alfasud è un altro di quei casi limite che meritano di essere trattati con le molle. La vocazione a non faticare delle maestranze di Pomigliano d'Arco non può essere considerata una idiosincrasia congenita della razza. Nella stessa Pomigliano ci sono altri stabilimenti che lavorano normalmente con ritmi regolari e produttivi, per non parlare del fatto che buona parte dell'industria italiana si regge proprio sul lavoro degli operai meridionali. Forse quelli dell'Alfasud si comportano in modo così diverso perché cresciuti, fin dal giorno dell'assunzione, in una logica clientelare. Ora io sono contrario alla sensazionalità di certi reportage, perché ritengo che essi, mentre non riescono a smuovere chi di dovere, provocano conseguenze dolorose, moralmente ed economicamente, sia ai napoletani emigrati che a quelli che risiedono. In primo luogo viene alimentata la vecchia piaga del razzismo nei confronti del Sud. Immagino che molte persone in Piemonte o in Lombardia abbiamo compianto i poveri abitanti dei bassi e poi si siano messe diligentemente a compilare il solito cartello: VIETATO L'INGRESSO AI MERIDIONALI. Non per niente a quasi sei anni di distanza i tifosi napoletani vengono ancora accolti nei vari stadi d'Italia al grido di Colera, colera.

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Sono d'accordo con Domenico Rea quando dice che non si può dormire sereni e contenti se a pochi metri da noi c'è gente che vive come quella che abbiamo visto in televisione. E questo a prescindere da quanti essi siano: anche un sol caso dovrebbe far muovere qualcosa nelle nostre coscienze. Però io penso che bisognerebbe agire senza recare ulteriori danni a queste persone già tanto colpite dalla vita. D'altra parte è inutile illudersi: non esistono bacchette magiche in grado di risolvere problemi così antichi: anche perché a mio avviso, la causa prima del dramma non è tanto nello scarso reddito, quanto nell'ignoranza in cui si trova un largo strato della popolazione. L'avere decine di figli, l'ignorare l'esistenza degli anticoncezionali, il non vaccinare i bambini, il non andare all'ospedale perché porta male, sono handicap che non hanno nulla a che vedere col numero dei vani e col tenore di vita.

Ultimo aggiornamento: 11:50 © RIPRODUZIONE RISERVATA