La Martia Basile di Ponticello, amore e morte nella Napoli vicereale

Lunedì 6 Luglio 2020 di Marco Perillo
Nella turbolenta Napoli della fine del Cinquecento visse una donna, il suo nome era Martia Basile. Ne subì tante, in vita come in morte. Non ultima, una damnatio memoriae dovuta a storici di primo piano come Benedetto Croce. Eppure la sua vicenda non fu frutto di fantasia come in molti pensarono ma una storia vera, degna di finire in un romanzo non privo di colpi di scena.

Ci ha pensato Maurizio Ponticello con La vera storia di Martia Basile (Mondadori, 336 pagine, 19 euro) che dopo aver scavato in archivi e biblioteche ha fatto luce su una vita di cui abbiamo notizia grazie a un cantastorie coevo alla protagonista, il poeta popolaresco Giovanni della Carriola, testimone oculare dei fatti.

Autore di villanelle, questo singolare personaggio si aggirava per la città trascinandosi con le braccia su una tavola provvista di ruote, avendo perso l'uso delle gambe in un incidente. La sua specialità era la narrazione dell'amara sorte di Marzia, sposa bambina divenuta donna a fatica e finita decapitata dopo essere stata condannata del tribunale della Vicaria, tacciata tra l'altro di stregoneria.

Una trama che riporta alla mente grandi romanzi storici con protagoniste femminili pensiamo alle disavventure di Moll Flanders e che diventa carne e sangue grazie a una scrittura vivida e fortemente realistica. Ponticello rende omaggio e giustizia a un personaggio lontano eppure così attuale, soffocato da una società maschilista, classista e superstiziosa, in cui persino l'amore può diventare un sentimento pericoloso.

A 12 anni Martia è ceduta in moglie al facoltoso commerciante don Muzio Guarnieri, dal quale subisce continue violenze fisiche e psicologiche, attenuate solo dalla nascita di due bambine. Nel corso degli anni la donna comincerà a prendere coscienza di sé. Si scoprirà bellissima, motivo per il quale sedurrà uomini importanti del viceregno. Poche le amicizie, tra queste alcune donne le «comari» che praticano la magia naturale, bandita e perseguitata nell'epoca della Controriforma. È grazie ai loro rimedi che Martia riuscirà a curare le ferite del corpo e dell'anima.

Fino a quando non sarà travolta da un sentimento fortissimo nei confronti di un capitano di giustizia spagnolo. E sarà l'inizio della fine. Nei giorni in cui a Roma sale sul rogo Giordano Bruno, Martia è incolpata di aver ucciso il marito ed è rinchiusa nelle fetide carceri di Castel Capuano.

La scrittura di Ponticello ci fa annusare l'odore acre degli escrementi, del sudore e del sangue delle celle che si mischia a quello invisibile della paura. Attraverso la penna rivive in ogni particolare la realtà di una Napoli che si preparava già alla rivolta di Masaniello.

Il romanzo è un affresco fedele di un'epoca piena di contraddizioni come quella del Cinquecento e del Seicento all'ombra del Vesuvio, nella scia di La danza degli ardenti di Schifano o La corsa all'abisso di Fernandez. Tra una vicissitudine e l'altra ci si affaccia nell'ospedale degli Incurabili dove si produceva la prodigiosa teriaca e si curavano i pazzi facendogli spingere la celebre «ruota»; ci si ritrova tra le fiamme della chiesa del Gesù durante la sua trasformazione da dimora della famiglia Sanseverino a tempio gesuita; si rabbrividisce davanti alla consistenza del lardo col quale venivano cosparsi i sodomiti; si entra nelle case e si saluta lo spirito benevolo della «bella 'mbriana».
La lingua parlata dai personaggi è volutamente più moderna e accessibile della vulgata di quel Giambattista che portava lo stesso cognome di Martia. Per il resto è proprio la Napoli del Basile quella che si svela pagina dopo pagina, tra luci e ombre, sensualità e tempeste, battaglie contro i turchi e subdoli spionaggi. Una città universale, già contemporanea, in cui si odono forti gli echi di un maestro come Roberto De Simone.Ultimo aggiornamento: 7 Luglio, 19:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA