Bonelli racconta come il digitale
ha «salvato la musica»

Sabato 21 Marzo 2020 di Federico Vacalebre
Ho conosciuto Massimo Bonelli, salernitano, classe 1974, tra fine anni Novanta ed inizio 2.000, era tra gli organizzatori del piccolo festival alternativo ebolitano «Feedback» e cantava e suonava la chitarra con gli Alibia, tre album a loro nome. Fedele al nome latino che aveva scelto per la sua band, me lo sono ritrovato presto «altrove»: alla guida del Primo maggio di piazza San Giovanni (l'edizione di quest'anno va verso la sospensione), del Premio Fabrizio De André, della iCompany con cui segue artisti ed eventi, persino della Numero Uno, la storica etichetta discografica che fu di Lucio Battisti. Ora, ha messo la sua esperienza in un libro. La musica attuale. Come costruire la tua carriera nell’era del digitale (Roi, 300 pagine, 19 euro).
Davvero il digitale ha salvato la musica, Massimo?
«Parlo di fatturato, non di qualità. Nel 2014 l’industria discografica ha toccato il fondo, l’anno successivo - siamo in Italia - è ripartita, dicendo addio al concetto di disco e puntando tutto sullo streaming. Thegiornalisti, Ghali, Liberato, ma anche producer come Dario Faini, alias Dardust sono alcuni degli esempi che faccio nel mio manuale, tra i consigli per chi vuole suonare oggi, immaginandosi proiettato nel futuro, piuttosto che rimpiangendo il passato».
Hai messo le mani avanti, ma tra indie e trap sembra contare solo il successo, il numero di visualizzazioni e di fan, non il contenuto. Non sembrano ancora emersi nuovi De André.
«Bisogna aspettare, forse il consumo veloce non aiuta la nascita di proposte di spessore, ma Coez e Brunori Sas non sono meteore. E, poi, la tecnologia detta la musica che veicolerà: David Byrne in un suo libro ricorda che l’introduzione del grammofono pensionò Puccini e Verdi, servivano brani che potessero entrare in un 78 giri, 4 minuti, altro che opere liriche».
Parliamo di numeri: un milione di visualizzazioni quanto vale?
«4-5.000 euro, da dividere per artistia, casa discografica, piattaforma e quant’altro. Insomma a un’artista arriveranno mille euro, poi dipende dal singolo contratto».
Non sarà un rapporto sbilanciato?
«Certo, perché si è conservato il rapporto antico di quando le case discografiche investivano sugli artisti e la promozione costava tanto. Oggi le etichette intercettano artisti già pronti al lancio e spendono molto meno. Bisognerebbe invertire le proporzioni».
Ipotizzi la musica al tempo del G5 e del G6, ma i musicisti tirano la cinghia, e non solo per la serrata dettata dal coronavirus.
«È vero, ma siamo nell’era del precariato e i numeri dicono che non va così male, a parte l’Sos di questi giorni di paura. La gioventù che vive sempre connessa ha bisogno dei concerti per provare esperienze reali ed il fronte del palco è diventato il principale momento di business. Ci sono meno Michael Jackson e Prince, ma più Gazzelle e Sfera Ebbasta, meno milionari e più artisti che vivono bene».
Ma una «Purple rain» quando ce la regaleranno le nuove star dell’it pop?
«Stiamo a vedere, anzi a sentire, tanto le tecnologie esistono, chi non le usa resta indietro. Mai avremmo pensato di avere a disposizione in ogni momento, in ogni luogo, così tanta musica come quella che contengono - si fa per dire - oggi i nostri smartphone e i nostri tablet. Mai avremmo pensato di poter registrare un disco con pochi euro e il nostro pc».
Così muoiono gli studi di registrazione.
«Sono morti anche gli altiforni, le industre siderurgiche. L’importanza non sta nel supporto musicale o in come si registra ma in cosa si registra, nella musica. E quella, in Italia, sta bene in salute. Come, coronavirus permettendo, proveremo a dimostrare anche al prossimo Primo maggio». Ultimo aggiornamento: 20:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA