Matera capitale europea della cultura: «Luci sui Sassi ma non sulla Basilicata»

Sabato 19 Gennaio 2019 di Generoso Picone

Da Melfi, la sua Melfi dove è tornato per svolgere gli incarichi di vicesindaco e assessore alla Cultura, Raffaele Nigro vede Matera ben più distante dei cento chilometri di percorso attraverso l'Appennino lucano. Lo scrittore de I fuochi del Basento e di Ombre sull'Ofanto, probabilmente il maggiore di quella generazione di mezzo tra i classici nella narrativa meridionalistica, da Corrado Alvaro a Rocco Scotellaro, e i nuovi Gaetano Cappelli, Andrea Di Consoli e Mariolina Venezia, giusto per rimanere alla Basilicata, ha appena ultimato un nuovo romanzo ambientato - anticipa - nei giorni della fine della Cultura e dell'avvento dell'edonismo effimero. Preferisce osservare da lontano lo spettacolo che oggi aprirà l'anno materano di capitale europea della Cultura. «Io conosco già Matera, che senso avrebbe andarla a visitare ancora una volta? Che lo facciano i ministri e le autorità. Semmai, io guarderò lo spettacolo in televisione».

Nigro, ma come: è una data storica per Matera e per il Mezzogiorno interno e lei resta a casa? Che cos'è, un segnale polemico verso l'organizzazione della kermesse?
«È soltanto la constatazione che a Matera il miracolo si è già compiuto con la scoperta della città dei Sassi da parte dell'industria internazionale dell'immagine. Questo è accaduto da tempo, con il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini e The Passion di Mel Gibson: da allora, il mondo ha conosciuto la sua immagine proiettata e il riconoscimento come capitale europea della Cultura ne è stata la conseguenza. Succede sempre così, esisti se ti vedono e Matera ha cominciato a esistere quando è stata vista. Il suo ruolo è terminato proprio con la designazione il 17 ottobre 2014. Il resto sarà evento e confesso che non mi interessa più di tanto, anche per il modo in cui è stato definito».
 
Quindi lei critica la filosofia che ha animato il programma della Fondazione Matera 2019?
«Non si tratta di criticare e polemizzare. Certo è che nel 2019 si accenderanno le luci sui Sassi di Matera e non sul resto della Basilicata, che appunto perché non sarà vista non potrà essere conosciuta e continuerà a non esistere. Nonostante le sue bellezze artistiche, architettoniche e paesaggistiche. Le faccio un esempio: ma c'era proprio bisogno di una mostra dedicata a Dalì a Matera quando a Irsina c'è Mantegna? Trova nel cartellone spazio per Acerenza, Melfi e Venosa, i centri della Basilicata carichi di storia e tradizione? Per non dire del mancato coinvolgimento delle energie locali, degli scrittori lucani che da anni e non parlo di me sono impegnati nel narrare un territorio fuori dagli stereotipi e con ottimi riscontri di pubblico e critica. Non ci sono e ho l'impressione che il progetto di Matera 2019 nel momento ha dichiarato di aprirsi al mondo si è invece chiuso rispetto alla regione di cui avrebbe dovuto valorizzare storia e radici. Orazio e Riccardo da Venosa, innanzitutto».

Lei dall'estate 2016 è vicesindaco e assessore alla Cultura a Melfi. E' stato chiamato a dare un contributo quantomeno istituzionale al programma di Matera capitale europea della Cultura?
«Neanche per prendere un caffè. Non ho avuto la possibilità di raccontare il progetto per il millenario della fondazione di Melfi, per approntare il quale io sono stato nominato assessore tecnico della giunta del sindaco Livio Valvano: dalla fortificazione della città da parte di Basilio Boiannes fino a Federico II e alle costituzioni, passando per i periodi bizantini e normanni, si tratta di un programma riconosciuto e finanziato dal ministero della Cultura che durerà fino al 2021. Ho pure chiesto il riconoscimento Unesco per i prodotti normanni della conquista. A Matera, durante il 2019, non se ne parlerà e mi pare paradossale».

Perché?
«Perché Matera volge da sempre lo sguardo all'area della Puglia e poco a quella lucana, per motivazioni di traffici e commerci che nell'approntare il progetto di capitale europea della Cultura hanno avuto il sopravvento».

Non le pare che si tratti di cause un tantino provinciali in una occasione che vede Matera proporsi a simbolo della modernizzazione non soltanto del Mezzogiorno?
«La modernizzazione del Mezzogiorno sta nello stabilimento della Fca che a Melfi produce l'auto ibrida, nella questione dell'estrazioni petrolifere in Val d'Agri, nel caso dell'acqua che la Basilicata svende alla Puglia, nei paesi ormai abbandonati e deserti, negli appena 500mila abitanti rimasti nei confini regionali, nelle infrastrutture incompiute come le strade da Bari a Matera o da Melfi a Matera, nell'Alta velocità soltanto annunciata a Ferrandina».

Matera 2019 però non intende limitarsi a operare esclusivamente un anno, ma ha lanciato una sfida anche per i prossimi.
«Bene, avremo tempo. Lo spero. I riflettori potranno rimanere accesi fino al 2032, quando un'altra città italiana avrà l'occasione di diventare capitale europea della Cultura. Intanto, il 2019 non significherà niente. Riuscissimo almeno a realizzare le strade, sarebbe grasso che cola».

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