Matilde Serao, ristampato il divertissement floreale del 1903: quando donna Matilde lo disse con i fiori

Saturday 27 June 2020 di Donatella Trotta
Un divertissement intellettuale. Ma anche un testo polisemico: che intreccia, in una ghirlanda di suggestioni, evocazioni e rinvii, «memorie involontarie» (e volontarie) con i moti del cuore di temperie romantica. Vita e arte. Natura e cultura. Immaginazione e realtà. Radici locali e orizzonti internazionali. Città e provincia. Luoghi dell'anima - di ascendenza paterna - e topoi letterari, tra tendenze di costume dell'epoca, accenti spiritualistici, nostalgici cenni autobiografico-poetici e persino spunti di botanica ai tempi della belle époque. È un piccolo scrigno di piacevoli sorprese L'anima dei fiori di Matilde Serao, testo concepito in un momento di svolta cruciale per la vita dell'autrice, all'apice del suo successo: dopo il doloroso addio a «Il Mattino», la separazione dal marito Edoardo Scarfoglio e l'inizio di nuove avventure editoriali nella transizione novecentesca. Pubblicato per la prima volta nell'autunno del 1903 a Milano dalla Libreria Editrice Nazionale in un volumetto di oltre 430 pagine in ottavo e da allora mai più ristampato, è un testo citato in tutte le bibliografie, ma di fatto invisibile ai più.
 
 

A sottrarlo all'oblio e alla polvere del tempo è ora Spartaco, editore radicato in Terra di Lavoro, in occasione dei suoi primi 25 anni di impegno celebrati proprio con questo fresco «omaggio floreale» ai suoi lettori: che, ben oltre un mero «ripescaggio», si configura come una scelta di valorizzazione della misconosciuta operina attraverso un progetto editoriale che la ripropone integralmente fedele all'articolazione originaria ma declinandola in più volumi di pregio, con copertine d'artista realizzate ad hoc da Angelo Maisto, raffinato e visionario acquerellista napoletano residente a Pavia, appassionato di etologia, entomologia, botanica. Il primo libro, L'anima dei fiori. Per amarvi, o fiori! è in uscita il 2 luglio (sabato 4 luglio la presentazione, sulla pagina Fb della libreria Io ci sto). Rinviando ad un preciso genere letterario molto in voga in Europa, soprattutto in Francia dal XVII secolo ma anche in Inghilterra, sin dal primo Ottocento - definito perciò «il secolo dei fiori» - Serao definisce il suo «picciol libro» un «misterioso calendario floreale dell'anima»: si tratta di una informale silloge florigrafica che offre molteplici spunti di lettura, in un ricco e delicato insieme di sapidi e freschi bozzetti di costume quasi dei fulminei elzeviri, composti con una cifra stilistica pittorica di matrice impressionistica come una sequela di acquerelli di un'intima galleria d'arte innervato di ricordi personali, allusioni simboliche, similitudini e metafore che dal topos del salotto arrivano all'archetipo del giardino. Un libro emotivo e sentimentale, punteggiato di osservazioni ironiche di costume tipiche delle rubriche mondane di Serao sui giornali - e di pennellate dai toni malinconici e introspettivi, di implicite citazioni poetiche (con versi in corsivo di Baudelaire, D'Annunzio, Carducci) ed espliciti rimandi artistici alla scuola pittorica di Posillipo, di riferimenti storici e accenni mitologici, spunti di botanica e allusioni al linguaggio antico e simbolico dei fiori.
 

Non solo. Confermando l'eclettismo della sua penna sempre accorta allo spirito dei tempi e la circolarità intertestuale nella sua produzione, con strategie comunicative tese a intercettare il nuovo pubblico borghese e interclassista, soprattutto femminile, Serao dispiega in questo libro pure la sua necessità interiore di uno sfogo consolatorio, in un'intesa complice con le sue lettrici: nel segno del primato degli affetti, dell'amore in senso lato (anche per la natura come manifestazione del Divino, e per la terra del padre nel senso pieno dell'Heimatkunst, ossia di un'arte originata dall'attaccamento al paese natìo) e della fedeltà all'amicizia. Ne è testimonianza la dedica iniziale, targata Maddaloni - in quella Terra di Lavoro vagheggiata da Serao come suo «buen retiro» - e scritta in forma di lettera alla «cara signorina» Letizia Castaldo: schiva e sensibile quartogenita dei 10 figli di Giuseppe Castaldo e di Lorenzina Palmieri, duchessa di Faicchio, che dal curato giardino della sua dimora a corte in via Maddalena 8 soleva mandare fiori all'amica scrittrice, riempiendo «di poesia e di profumo» la sua casa. L'ultimo fratello di Letizia, Vincenzo, classe 1875, fu noto artista e gentiluomo, formatosi all'Accademia di belle arti di Napoli diretta da Filippo Palizzi, a lungo docente di Disegno nel regio convitto nazionale Giordano Bruno di Maddaloni, che ancora conserva i suoi ritratti di Luigi Settembrini (illustre allievo) e di Giosuè Carducci. E una discendente diretta di Letizia, Rosa Castaldo, è oggi autorevole decana, a Caserta, dei botanici italiani: ulteriore intreccio, tra i tanti, di un volume composto «teneramente», per ammissione dell'autrice, come una «ghirlanda spirituale», a beneficio e «consolazione di tutte le anime malinconiche» che anche nelle pagine più nere del «Libro del Destino» sappiano riconoscere «le mistiche influenze dei colori, e dei fiori, nella vita». © RIPRODUZIONE RISERVATA