La vedova di Sepluveda a Napoli: «Mi chiamava Pelusa
come Maradona»

La poetessa cilena Carmen Yanez al Campania Teatro Festival

Carmen Yanez
Carmen Yanez
di Giovanni Chianelli
Domenica 9 Luglio 2023, 13:06
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Lui la chiamava «Pelusa», lei «Lucho». Lo scrive Carmen Yáñez nel volume Un amore fuori dal tempo (Guanda) che evoca la storia della sua vita con Luis Sepulveda. Con lo scrittore cileno, scomparso nel 2020, la Yanez ebbe due vicende amorose: la prima, che fu coronata dalla nascita di due figli, venne interrotta dall'avvento della dittatura di Pinochet che li costrinse all'esilio dato che i due erano militanti comunisti; la seconda si consumò a distanza di 20 anni, dopo che entrambi avevano avuto altri figli da altre persone. Il nuovo inizio fu segnato da lunghe telefonate notturne, fino al reincontro, anche questo di sapore letterario, nella Selva Nera.

71 anni, la Yáñez da tempo vive in Spagna dove si dedica alla scrittura e a gestire la memoria del compagno. Nello stesso testo biografico alterna prosa e versi anche se, ammette, «mi sento più tagliata per la poesia». Spuntano fuori brevi liriche che il suo «Lucho» le dedicò: «La più bella storia d'amore/è possibile solo/ nella serena e inquietante/calligrafia dei tuoi occhi».

L'incrocio tra la produzione dei due è al centro dell'incontro che la Yáñez tiene stasera nel teatrino di Verzura della Floridiana alle 18, dal titolo «Con Sepulveda», chiudendo il «Campania teatro festival» e la sua sezione letteraria a cura di Silvio Perrella che dice: «Più conosciuto come narratore, Sepúlveda ha raccolto negli anni un bel gruzzoletto di poesie. Più conosciuta come poeta, Yáñez non si è sottratta a una prosa che conduce ai ricordi e alla condivisione dei sentimenti». Significativo che avvenga a Napoli, la città che nel 2020 aspettava Sepulveda per la presentazione di un libro: se ne andò proprio alla vigilia di quell'appuntamento. Dice lei: «Un ricordo doloroso ma che non interrompe il mio rapporto con questa splendida città».

In poche parole, chi era «Lucho»?
«Per me era un essere umano molto generoso e solidale, si preoccupava di tutto quello che succedeva nel mondo ed era molto legato a ciò in cui credeva; infatti non provavo solo amore per lui ma anche una profonda ammirazione».

A lei manca, manca ai suoi lettori. E alla letteratura?
«Quello che manca è la proprio la qualità dell'essere umano, quel suo essere una figura onesta. È ovvio poi che manca come riferimento e come sguardo. Servirebbe per affrontare questo mondo fatto di violenza, un mondo in cui ci sono poche alternative, un mondo confuso dove non si vede un futuro e c'è molta impotenza tra le persone. Era un uomo che aveva una visione non comune: spesso mi dico che è stata una fortuna averlo avuto, ci ha lasciato tanto».

Quanto fu doloroso perdersi e quanto difficile ritrovarsi?
«Fu molto doloroso non sapere più nulla l'una dell'altro a lungo, mentre è stato facile reincontrarci perché avevamo delle ragioni in comune. E, come dire, era anche destino che lo facessimo: abbiamo perso entrambi un Paese, siamo stati esiliati, abbiamo smarrito un sogno e con questo anche tanti nostri amici, alcuni cari. La vita ci doveva restituire qualcosa».

Il mondo, a partire dall'Italia, guarda a destra. Le fa paura?
«Non sono una politologa ma un po' sì. Tutto quello che sta succedendo in Spagna, in Francia, in Italia e anche più lontano, come in Ungheria, mi crea un certo allarme. Sono tante le ragioni per cui la destra vince, forse il principale è la paura stessa».

La «Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare» è stato tradotto in napoletano.
«Luis ne sarebbe stato contento, adorava Napoli, così come tutta l'Italia. Veniva ricambiato da un grande amore da parte degli italiani. Ma qui in particolare eravamo di casa».

«Pelusa», il suo nomignolo, è lo stesso di un idolo partenopeo e mondiale come Diego Armando Maradona.
«In Argentina viene dato anche agli uomini, in Cile prevalentemente alle donne. Mi era stato affibbiato da piccola, crescendo nessuno più mi ha chiamato così. Solo Luis continuava a farlo, affettuosamente, così mi sento molto legata a questo vezzeggiativo».

A cosa sta lavorando?
«Ad un testo di poesie che per ora non ha titolo: parla soprattutto del dolore, di ciò che successe negli ultimi giorni di vita di Lucho, dalla nostra fuga in ospedale alla sua morte. C'è anche un altro poema al quale sto lavorando da due anni, si chiama "Urlo" e affronta vari argomenti; poi un altro ancora, una raccolta che definirei di poesia blasfema. Infine ci sono delle storie che sto scrivendo in prosa ma non so se le pubblicherò: l'unica prova non in versi è stata la biografia, in generale mi sento più portata per la poesia».

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