Napoli secondo Palmieri: una città feroce tra riti magici e antichi misteri

di Marco Perillo

Una città che ammalia, ma che allo stesso tempo può dimostrarsi atroce e oscura. Un po' come la versione originale della favola della bella addormentata, quella raccontata nel Pentamerone di Basile. Il principe non si limita a baciarla: la bella si risveglia poiché incinta, partorendo due bambini. Potrebbe essere un po' questa la metafora per raccontare il mistero di una metropoli millenaria e stratificata; ne è consapevole Francesco Palmieri, giornalista e scrittore - nonché mandolinista ed esperto di kung fu - che torna in libreria con L'incantevole sirena (Giunti, 372 pagine, 18 euro).

Un volume non a caso ha per sottotitolo: Napoli misteriosa, magica, feroce. Se all'apparenza sembrerebbe l'ennesimo titolo sfornato in questi anni su miti e misteri all'ombra del Vesuvio, il lettore si ricrederà fin dalle prime pagine, dove la penna di Palmieri conduce su alcune strade meno battute, rivelando storie e aneddoti meno conosciuti. Il viaggio inizia a vico Rose, sulla collina di San Potito, già set del film «Così parlò Bellavista», luogo panoramico ma cieco, interrotto, capace di provocare una perdita di orientamento. Ed è proprio per non smarrirsi che Palmieri affronta per gradi, in un modo personalissimo, le tematiche enunciate nel sottotitolo.

La Napoli del mistero ha come filo conduttore quello della sirena Partenope, ritratta nelle sue incarnazioni più contemporanee: la vergine con pistola di Banksy ai Tribunali o la voce dell'enigmatico Liberato. Virgilio, San Gennaro e Maradona fanno capolino con le loro vicende e le loro magie più o meno note, ma sono i fantasmi a dare corpo e sostanza al libro. In una città-Purgatorio come quella partenopea i morti riappaiono e vivono in mezzo a noi, s'incarnano nei sogni per regalare numeri al lotto ma anche per terrorizzare. Agli inizi del Novecento una donna, Teresa Peluso, fu perseguitata ogni notte dallo spettro del fratello ammazzato, in cerca di vendetta. Esasperata, la donna tentò il suicidio.

Una storia dimenticata, come quella dell'ectoplasma del grande giornalista Eduardo Scarfoglio, fondatore de «Il Mattino» con Matilde Serao, che apparve al poeta (della canzone) e cronista Ferdinando Russo facendogli incontrare, dopo anni, un'amata dama francese. Persino Totò si sarebbe presentato nel 2018 al Maschio Angioino davanti a 14 testimoni per profetizzare un nuovo futuro da capitale della città. Molteplici sono invece le anime che apparivano al cospetto di Pasquale Erto, dimenticato medium capace di emettere dal suo corpo luci medianiche. Roba da far impallidire la più nota spiritista di sempre, Eusapia Palladino.

Se un sorriso ci scappa quando leggiamo di vincite al lotto ricavate dai significati del testo della canzone «'I te vurria vasa'» o dalla data di nascita di Gonzalo Higuain, si ritorna subito seri dinanzi al capitolo dedicato all'incredibile fiera delle teste, da quelle mozzate dei martiri di Otranto a Santa Caterina a Formiello a quella di Leopardi sparita al momento della riesumazione. Di sangue ce n'è in abbondanza, anzi a fiumi: da quello di numerosi martiri raccolti in casa da un tale Nicola Tozzi negli anni 50 fino a quello dimenticato di San Giovanni Battista custodito a San Gregorio Armeno.

In una città in cui, prevalendo il Purgatorio, c'è invece poco spazio per l'inferno e per il diavolo. Anche perché i demoni si creano da soli. Ed ecco che il più grande occultista del Novecento Aleister Crowley, sceglie Posillipo, lì dove c'era la schola virgiliana, per scrivere il suo romanzo «Moonchild» sul concepimento di un homunculus, una bambina nata grazie alla magia nera. Ancor più raccapricciante è la presenza in città di Heydrich, capo della Gestapo nazista, che qui veniva ad afittare case di tolleranza per le sue scenografiche orge. A ogni modo, nulla a confronto di episodi di ferocia assoluta, passati come presenti, che connotano il lato più tetro di Partenope. Se nel 1585 l'eletto del popolo Starace fu squartato vivo dalla folla - 24 furono poi i giustiziati dal viceré, le cui teste impilate vennero esposte con le rispettive mani mozzate per dieci mesi. E che dire di Pasquale Barra o Raffaele Catapano, camorristi in grado di ammazzare le loro vittime e di mangiare parti del loro corpo in anni poco lontani? Una Napoli santissima e per sua natura al contempo terribile, dove il profumo d'incenso si mischia a quello della polvere da sparo. «Fra lo sputo e un bacio», direbbe Palmieri.
Martedì 10 Settembre 2019, 16:10
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