«Napùl», Marco Perillo racconta la guerra tra boss e integralisti

Giovedì 28 Maggio 2020 di Titti Marrone

Nei quindici racconti che compongono Napùl (Polidoro, pagine 255, euro 15), Marco Perillo mette una tensione sottile e costante, alimentata da una scrittura originale e spigolosa, innervata di espressioni nella lingua napoletana. Insieme, il timbro allarmato delle storie e il lessico meticcio compongono una traiettoria lineare, coerente, diretta come una freccia verso una rappresentazione inquietante del cuore di tenebra della città contemporanea, presentata fin dal titolo come una fusione di identità urbane, Napoli più Kabul. E il giornalista avvezzo a registrarne le vicende rimbalzate dalla cronaca consegna qui una nuova voglia di indagine allo scrittore affascinato dai misteri della città, cui erano dedicati i suoi libri precedenti.

Al centro di ciascun racconto, Perillo colloca la dimensione della guerra che sembra in corso in ogni ambito della vita quotidiana napoletana. Si tratta di uno stato di guerra reale - come reale è la cronaca da cui per lo più ciascun racconto è sollecitato - e insieme metaforico. Con allusioni grottesche e a volte comiche, o con il disegno di scenari che appaiano la violenza camorristica alla ferocia degli integralisti islamici. È conflitto senza esclusione di colpi che coinvolge ogni ambito cittadino e si snoda da un quartiere all'altro. Si parte dall'Anticaglia, dalle vestigia dell'antico teatro romano di Nerone. Qui il primo racconto, il più noir, ambienta la figura di una diabolica gattara e la sparizione di dieci galleristi. Come in un'altalenante discesa agli inferi, si prosegue zigzagando verso i vicoli del centro storico, si arriva all'Infrascata, a Bagnoli, poi si torna verso Posillipo, il Pallonetto, si sconfina in direzione di Scampia. A volte i personaggi di un racconto finiscono nel successivo, sempre sono figure tremende per tragicità o anche connotate da involontaria comicità. Come l'autista del bus R2, che nel racconto Garibaldi si vede insidiato da una gang di ragazzini in moto e fida sulla sua esperienza di ventott'anni alla guida, ma è costretto a soccombere. Nella Napùl coperta di rifiuti, mare cupo e cielo di un oleoso colore ocra, la guerra serpeggiante non risparmia nemmeno le bambine, esposte al rischio di rapimenti per mano di malintenzionati approfittatori di un parapiglia all'ufficio postale o alla malasorte di nascere in una famiglia che le utilizza per confezionare dosi di droga. Anche i personaggi più marginali della scala sociale sono avvolti dalla spirale violenta, come capita al nano protagonista del racconto più cruento, Bagnoli: a metterlo al riparo dal diventare complice del boss nell'aggressione mortale al fidanzato della figlia di questo non basterà nemmeno la tenerezza provata dal piccolo uomo per la ragazza. In più di un episodio, poi, l'accostamento Napoli-Kabul è rinforzato dalla sovrapposizione e dall'intreccio di terrorismo jihadista e criminalità camorrista e s'incarna in figure dalle lunghe barbe mimeticamente ispirate ad Al-Qaeda. Ma se il volo del protagonista dell'ultima storia, l'islanapoletano Pascallah, disegna nello squarcio di cielo del Virgiliano una traiettoria onirica, è forse anche per evocare un senso di speranza, o scampato pericolo, da non perdere mai, soprattutto nello stato di guerra.

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