Coincidenze, ovvero l'amore ai tempi delle molotov nella vecchia città dell'Utopia

La copertina di 'Coincidenze', Elliot Edizioni
di Paola Del Vecchio

“Le donne all’inferno ci finiscono da sole o ce le mandano gli uomini? Una risposta non l’ho mai trovata”. Irene, o Iro per l’amico Gare, è una ragazza sveglia, che zoppica solo per amore, fa sesso in una telephone box rossa vecchio stile british, una volta l’ha fatto in una tomba, e ha imparato a lanciare pugnali.  E’ bella, una bionda stella di periferia, ha un destino scritto nel cognome – Chimera – e dall’inizio nessuna possibilità di uscirne viva. Lui ha 15 anni quando si conoscono, le sfila il portafogli in una pizzeria. Si spacca la schiena e tracanna umiliazioni facendo l’operaio in una fabbrica metalmeccanica, ribattezzata Alcatraz e, all’uscita, va alla scuola serale. Sogna di riscattare il suo futuro, di fare l’amore per la prima volta e giura che sarà con Iro. In comune hanno la distopia della provincia, la cartografia dell’alienazione, direbbe J.G Ballard.

Siamo nell’autunno del 1980 a Ivrea, in quello che resta della città dell’Utopia di Adriano Olivetti. Navate industriali morte che non si rigenerano, ex Montefibre ridotta a fossile e trincera narrativa. E’ il Tetrapark dei reparti dismessi e okkupati da una varia umanità di custodi wagneriani, pitbull a guardia del nulla poetico, fantasmi di tossici e randagi che si muovono nell’oscurità, scenari di rituali rock e post-punk. Set di tiratori di lame, come il russo Lushenko, che insegna la precisione nell’evitare il bersaglio, la grazia di mancare l’amore, ma non quella di schivare i guai. Iro è una svelta, impara in fretta. Come Gare, comunica con il mondo in collect call delle cabine della Sip, ultimi totem contro l’horror vacui, prima dell’invasione degli iPhone. Un giorno incrociano le chiamate. Coincidenze.

E’ il titolo dell’ultimo romanzo di Marco Biaz, (Pagg. 192, Elliot Edizioni), 54 anni, di Ivrea, che già aveva mandato in stampa Che te lo dico a fare, Fuga dal Monsone e Trecentomila. E’ tanto che Biaz, al secolo Marco Biazzetti, non si alza più alle 5 del mattino, come faceva quando, a 15 anni, doveva arrivare al primo turno delle sei in fabbrica, come Gare, il protagonista della fiction. E, come lui, è stato più volte licenziato per non rinunciare ai corsi serali e conquistare la laurea.

“Bruciami l’anima, amico mio”. L’ultima richiesta di Iro è uno shock per Gare, mentre si avvia con una molotov sotto la giacca al funerale dell’amica, amante, nemica, animata da amorevole follia fino all’autodistruzione. E’ la consegna che gli ha lasciato nei suoi diari, che restituiscono la versione della storia attraverso lo sguardo di Iro. Ed è l’incipit della narrazione, che corre a ritroso lungo gli anni fondamentali dell’adolescenza, bruciata in solitudine nell’asfittica provincia opulenta, fino all’approdo all’età adulta. In un continuo ‘abbassando’ – direbbero gli Avion Travel – di speranze, aspettative, illusioni e desideri. Negli anni in cui le mobilitazioni studentesche cominciavano a saldarsi ai picchetti operai negli impianti industriali del nord, Iro e Gare scelgono invece una personale vendetta di fuoco, per esprimere il proprio dissenso e rivalersi delle umiliazioni e della ‘cosificazione’ subita in fabbrica da aguzzini seriali come ‘Bokassa’. All’uso dello stoppino e delle ‘champagnotte’ per confezionare le molotov erano stati addestrati da un giovane rasta, ‘il figlio di Bob’, che nel tempo muterà in uno stempiato e grassoccio segretario e sindaco leghista dai metodi estorsivi. E l’ondata di attentati, che solo inizialmente scuote la placida e paludata atmosfera di provincia, somiglierà sempre più a una farsa che non ha senso continuare. Sullo sfondo di una galleria di personaggi effimeri e ambigui, si consuma la vicenda vitale dei due fragili protagonisti. Il rincorrersi fra la fuga in avanti di Gare, proiettato verso il futuro e determinato ad annientare il passato di vessazioni, e il presente continuo di Iro, inquieto e denso di dolore. “Tua madre è scampata alle botte?” chiede in maniera retorica all’amico, che prima di emanciparsi con lo studio per cancellare il complesso di inferiorità si autolesiona per soffocare la violenza. In vittima ti convertono gli altri, in sopravvissuto ti trasformi da solo, sembra essere la risposta di Gare alla domanda iniziale dell’amica a proposito dell’inferno. Anche se, poi, il fuoco vivificatore, che garantisce l’esistenza dell’uomo, è sempre l’ultimo a corrompersi…
 
 
Martedì 10 Luglio 2018, 17:15 - Ultimo aggiornamento: 11 Luglio, 09:47
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2 di 2 commenti presenti
2018-07-17 11:59:00
Ho finito il libro dell’amico Biaz e mi è piaciuto molto...un romanzo di formazione dal sentore autobiografico, avvincente e intrigante soprattutto per chi, come me, ha vissuto nei luoghi descritti dall’autore cercando di sopravvivere e resistere, nella città dei sogni infranti, all’avanzata del neoliberismo col suo carico di illusioni, sfruttamento e distruzione. L’atmosfera, a tratti surreale, del Tetrapark con la sua variegata e disperata umanità la trovo un’efficace descrizione delle macerie postindustriali, ma ancor più significativo è il confronto tra i due personaggi. Iro e Gare, due giovani a modo loro ribelli, che si incontrano per una bizzarra coincidenza e si amano senza promettersi nulla; il caso li avvicina e li separa senza spezzare il legame profondo che si forma tra di loro anche per la furia vendicativa che li accomuna. Fallito il tentativo di costruirsi una rassicurante e normale vita coniugale, Iro vende l’anima al diavolo e scende all’inferno perdendo col senno la sua dignità. “Bruciami l’anima” è allora l’ultima, lucida richiesta di aiuto che Iro rivolge al vecchio amico che invece ha percorso un strada diversa. Gare non è certo il self made man del sogno americano, ma è un uomo in fuga dal passato e dal futuro che sembra prospettarglisi nella fabbrica-prigione di Alcatraz. Lavora, studia e con determinazione si costruisce un’altra vita. Coincidenze è un romanzo ambientato nella città dell’eu-topia olivettiana dove non si parla della Olivetti, ma il protagonista mi sembra decisamente olivettiano. Complimenti Marco...ci vediamo alla presentazione eporediese del tuo romanzo. Bruna Mino
2018-07-11 10:19:33
Ho trovato il libro alla Feltrinelli di Napoli e già dalla copertina mi aveva incusiosito. E poi l'ho letto e ho dovuto rileggerlo un'altra volta per riuscire a sintetizzare quanto riportato nell'articolo, che mi sembra preciso rispetto a ciò che il romanzo vuole comunicare. In realtà, penso che, nonostante sia un uomo a narrare, il romanzo sia incentrato non soltato sulla figura dirompente (e antipatica, per non dire altro) di Iro, ma anche su quella delle madri di Iro e di Gare (che viene da lei costretto a lavorare ad Alcatraz, un'esperienza che gli segnerà la vita per sempre, fino alla cancellazione di quel luogo con il fuoco). Coincidenze trovo che sia un romanzo "forte", ambientato in una città poco conosciuta e che, grazie alla Olivetti, è stata un laboratorio socio-economico di livello mondiale 60 anni fa. Sicuramente sarà più nota nel prossimo futuro visto che è stata proclamata Patrimonio Unesco di recente. Il libro, stranamente, non parla molto dell'Olivetti, sul quale l'autore avrebbe potuto approfondire, ma è anche evidente che ciò che succede ai due personaggi, che scelgono invece un'altra fabbrica, la Montefibre (anch'essa fallita) per costruire il loro "tempio" è una conseguenza della scomparsa della Olivetti. Che resta come sfondo, scenario decadente di un mondo che non esiste più.

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