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Premio Strega a Desiati: «Racconto gli irregolari in fuga dagli stereotipi»

Sabato 9 Luglio 2022 di Generoso Picone
Premio Strega a Desiati: «Racconto gli irregolari in fuga dagli stereotipi»

La cerimonia del primo sorso dovrà ancora attendere. Mario Desiati ha deciso di infrangere la liturgia della serata al museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma per farla svolgere in Puglia: lì il vincitore dell'edizione 2022 del Premio Strega con il romanzo Spatriati (Einaudi) stapperà il magnum di liquore giallo e così renderà omaggio agli scrittori della terra dove è nato 35 anni fa, innanzitutto a Maria Teresa Di Lascia che nel 1995 si aggiudicò con Passaggio in ombra il trofeo senza però poterlo ritirare perché il 10 settembre 1994 era stata strappata alla vita e ad Alessandro Leogrande, l'amico tragicamente scomparso il 26 novembre 2017 a cui aveva promesso di vivere insieme un momento del genere. Intanto Desiati si è rimesso in viaggio per ulteriori incontri e altre presentazioni, appena arrivato in Veneto e poi chissà dove.

Desiati, è stata una vittoria annunciata e comunque largamente prevista.
«Io ho avuto la sensazione di poter affermarmi dopo la selezione di Benevento, quando da dodici si è arrivati a sette finalisti. Da quel giorno è iniziato un infinito tour e mi sono reso conto dell'interesse che Spatriati riscuoteva».

L'omaggio a Di Lascia e Leogrande contiene anche una indicazione dei suoi riferimenti letterari: il Sud che riemerge dalla memoria e ricompone la trama dell'esistenza e il Meridione delle ricognizioni nella contemporaneità che consegna con un nuovo realismo la dimensione problematica della sua condizione.
«La lettura di Passaggio in ombra di Maria Teresa ebbe su di me l'effetto di una sorta di choc: avevo 18 anni, frequentavo l'ultimo anno del liceo e allora ebbi la rivelazione che la grande letteratura non si fermava all'Ottocento. Con Alessandro ho avuto un rapporto e una collaborazione particolarmente intensi, suoi libri come Le male vite, Uomini e caporali e Fumo sulla città, hanno costituito elementi importanti nella mia formazione. Li ho citati per queste ragioni, ma anche perché attraverso le loro pagine ho voluto sottolineare il valore dell'intera letteratura pugliese e, più in genere, delle scritture regionali dell'intero Mezzogiorno che troppo spesso sono relegate in una dimensione locale e quindi marginale. In particolare, la narrativa pugliese, i romanzi di Maria Corti, di Rina Durante, di Maria Marcone, il loro sguardo un po' obliquo sulla realtà e l'uso della lingua in maniera polisemica hanno avuto una grande influenza nel delineare la mia scrittura».

Lei ha lavorato a «Nuovi argomenti» incrociando la direzione di Raffaele La Capria. Quanto ha contato la sua lezione?
«Tantissimo. La sua curiosità, il suo stile, i suoi modi negli anni della sua direzione tra il 2005 e il 2006 sono indimenticabili e anche per me Ferito a morte è risultato un romanzo fondamentale. L'immagine della Bella giornata è eterna e il suo senso non soltanto riscontrabile nella scena napoletana. La Capria ci ha indicato la maniera di narrare il mondo partendo da i luoghi dell'appartenenza. L'ho ricordato nel confronto all'Istituto italiano di cultura di Copenaghen. Un maestro».

Per polisemia intende la varietà di significati che ogni parola può esprimere? Nel suo caso, per esempio in «Ternitti», il romanzo con cui entrò in cinquina allo Strega del 2011, e in «Spatriati», che lo ha portato a vincere il premio l'altra sera?
«Sì. In Ternitti racconto una storia di promessa di ricchezza che invece conduce al veleno dell'amianto, dell'eternit, e il termine in pugliese indica per metonimia pure i tetti delle case. Spatriati sono gli espatriati, coloro che devono lasciare i loro paesi per emigrare e trovare fortuna altrove e, insieme, gli irregolari della vita in fuga dagli stereotipi imposti dalla società».

C'è parecchio della sua esperienza personale: nato a Locorotondo e trapiantato a Martina Franca, trasferito a Berlino che comunque frequenta, ritornato in Italia a Roma.
«Affronto un tema che è molto italiano, non soltanto meridionale. In Germania ricordo che non si potevano capacitare del perché noi lasciassimo un Paese tanto bello e vivibile per trasferirci da loro. Certamente, c'è l'esigenza di un lavoro, ma già nel mio primo libro, Neppure quando è notte del 2003, raccontavo di giovani che in fondo tendevano anche ad altro, a costruirsi una loro possibile felicità. In Spatriati ho cercato di mostrare nei personaggi di Francesco e Claudia l'inquietudine del viaggio che, come diceva Martin Heidegger, si completa sempre nel ritorno, verso un equilibrio che non arriva mai, spinti dalla volontà strenua di trovare tra mille dubbi se stessi e un posto nel mondo».

Per giungere a definire una identità che oggi è fluida? Lei sul palco di Villa Giulia si è presentato con un abbigliamento decisamente particolare.
«Volevo giocare e perciò ho indossato il collare di Francesco, l'abito di Valentina, i colori del movimento Lgbtq. Una battaglia che sostengo. Spatriati è un'elevazione al cubo della parola Queer che indica coloro che non si definiscono: sessualmente, professionalmente, geograficamente. Dei tanti che non si vogliono definire e che a volte subiscono una pressione sociale per averlo fatto».

Ultimo aggiornamento: 16:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA