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Raffaele La Capria, il ricordo del Mattino: «Il mio primo giornale, ​trait-d'union con la città che amo»

Lunedì 27 Giugno 2022 di Raffaele La Capria
Raffaele La Capria, il ricordo del Mattino: «Il mio primo giornale, trait-d'union con la città che amo»

«Il Mattino» è stato il primo mio giornale, il suo formato, i suoi caratteri tipografici, i titoli, insomma «Il Mattino» come concretamente mi appariva mi sembrava il giornale più familiare, più bello, più chiaro più interessante, anche perché per me ancora molto giovane non c'erano altri organi d'informazione a darmi notizie del mondo. A dir la verità anche oggi il giornale mi sembra un bel giornale, bello per così dire anche «fisicamente», come accade con una persona con cui si ha confidenza e da cui ci si aspetta un sostegno morale e un rapporto leale.

Se lo paragono ai grandi giornali nazionali, a «Il Corriere della Sera», a «La Repubblica», a «La Stampa», mi sembra più sintetico, nel senso di meno pagine ma lettura più facile. Certo, «Il Mattino» subisce la limitazione che la storia d'Italia gli ha imposto, non è un giornale nazionale nel senso che non riesce a superare la «linea gotica», è un giornale diffuso a Napoli e in tutto il Meridione, non in tutta l'Italia. E qui si aprirebbe un discorso più lungo che in questa sede preferisco evitare. Ma anche se la sua diffusione è confinata a Napoli e nel Meridione, non è un giornale «locale», non ne ha le caratteristiche, lo sguardo del giornale, il suo orizzonte, è ampio, riflette la cultura di una città che culturalmente è tra le più interessanti non solo d'Italia ma del mondo.

Se lo paragono a «Il Giornale», a «Libero», a «Il Fatto Quotidiano», per esempio, sento che è meno animoso, meno implicato nella «politichetta» italiana piena di insinuazioni e pettegolezzi, di roboanti dichiarazioni, di ridicoli aggettivi, come «epocale» o «storico» applicati a risibili eventi. Né esibirà mai un titolo a tutta pagina per polemizzare con una parte sola dello schieramento politico, e neppure contro questo o quel suo rappresentante. 

Lo sguardo del «Mattino» è più pacato, meno partigiano, e più corrispondente al sentire medio della gente italiana. Da napoletano che da anni vive a Roma devo dire che «Il Mattino» rappresenta un trait-d'union con la città che amo, e leggerlo è anche un modo di riempire il vuoto che mi ha lasciato nel cuore dopo averla abbandonata. È proprio vero quello che scrive il poeta Kavafis, che tu credi di aver abbandonato la tua città, ma la città ti segue dovunque tu vada, anzi ti insegue. Ti segue anche con «Il Mattino», quando tu ne scorgi la testata in un'edicola di giornali, ed è come un cenno di saluto che ti arriva al cuore. 

 

Ho collaborato spesso con «Il Mattino», ho scritto articoli e perfino un mio libro intitolato «L'Occhio di Napoli» (uscito nel 1994) nasce da una rubrica settimanale che tenevo sul giornale, era intitolata «Taccuino napoletano» e parlava dei problemi della città. Tra le cose che scrivevo ce ne sono che valgono ancor oggi credo. Per esempio: «Una città muore quando non viene ripensata continuamente, quando non ha più niente da dire e su di essa non v'è più niente da dire. Per dire qualcosa su Napoli bisogna disseppellirla dagli strati delle vecchie rappresentazioni che la coprono, bisogna farla venire alla luce con un'accurata archeologia della mente». Un proverbio di Machado dava il titolo al mio libro: «L'occhio che tu vedi/ non è occhio perché tu lo veda/ È occhio perché ti vede. «L'Occhio» di Napoli è così, e anche l'occhio del «Mattino». 

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Dirigere «Il Mattino» non dev'essere un'impresa facile, bisogna ogni giorno camminare sul filo del rasoio, per mantenere non solo il tono giusto, ma anche per bilanciare il forte pregiudizio anti-napoletano che è arrivato ad identificare il Dna di Napoli con la camorra e la malavita dilagante. Non abbiamo, certo, aspettato che altri facessero la scoperta della malavita a Napoli, siamo stati i primi, noi napoletani, a fare film, libri, documentari e, appunto, articoli sul «Mattino», per descrivere, analizzare criticamente, e approfondire questo aspetto della città. Sappiamo bene che esistono due punti di vista per parlare di Napoli, perché Napoli è una città bifronte, e il compito di chi dirige un giornale come «Il Mattino» è sempre quello di smontare lo scenario prefabbricato per scoprire i frammenti di vita vera che a Napoli sono soffocati dalla rappresentazione. «Il Mattino» ha sempre messo in luce questi frammenti di vita vera, che sono tanti e culturalmente rilevanti, e sulla bilancia pesano più di ogni altro avvenimento. 

Il teatro, la musica, le nuove bellissime canzoni, la letteratura e ogni forma d'arte, hanno a Napoli una vitalità che non esiste altrove, e che «Il Mattino» ha sempre registrato, assieme ad ogni anelito che anima la città in questa direzione. A Napoli oggi la città è più forte del realismo che vorrebbe rappresentarla, se la ride quando si accorge che quel realismo vorrebbe afferrarla, c'è sempre qualcosa di altro, di essenziale, che la città produce e che sfugge a un primo sguardo. Napoli è una città sotterranea, non solo perché, come si sa, nel sottosuolo c'è come un rispecchiamento della città di superficie, ma anche perché si nasconde.

Il compito di un giornale è dunque quello di raccontare questa città nascosta, ed anche il compito che «Il Mattino» ogni giorno svolge. 

Ultimo aggiornamento: 10:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA