CantaNapoli comicissima: Arbore
e quei versi licenziosi tutti da ridere

Giovedì 19 Novembre 2020 di Federico Vacalebre

Ultimo divulgatore della canzone napoletana classica, mandolini compresi, Renzo Arbore si intesta un'altra crociata con il libro «Guarda, stupisci»(Solferino, pagine 192, euro 17) e quale sia questa crociata lo spiega il sottotitolo (non bastasse l'allusione all'allusorio verso clou di «Agata»), Viaggio nella canzone umoristica napoletana. Fan sfegatato di Bovio e Di Giacomo, lo showman foggiano (e partenopeo ad honorem) spiega come alla grande canzone romantica corrisponda una grande canzone scostumata, alle grandi promesse d'amore eterno più terrestri e transeunti desideri carnali. Insomma, va bene tessere l'elogio di «Era de maggio» e «Silenzio cantatore», ma senza dimenticare il godimento garantito (anche) dalle «trivial songs»: piacere superficiale? Sia pure, ma non è come dire «piacere della pelle»? E qualcuno vuole davvero negarselo in nome di un presunto afflato cultural-spirituale? Peggio per lui.

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Punteggiato dai contributi storiografici di Carlo Missaglia, il volume racconta autori e interpreti di una canzone comica che è stata teatro-canzone ben prima che nascesse la definizione gaberiana e/o il cabaret: ricordate i cafè chantant? E canzone d'autore ben prima di Modugno grazie ad un tipetto che si presentava in scena a fine 800 così: «Versi di Armando, musica di Gill. Canta Armando Gill».


Si inizia con Rodolfo De Angelis («Ma cos'è... questa crisi?» e «Sanzionami questo») e Bernardo Cantalamessa, con «A risa» primo signore della macchietta, genere poi rilanciato dai vari Pasquale Cinquegrana, Nicola Maldacea, Pisano e Cioffi, Nino Taranto. Figure inattese - per il solito malinteso secondo cui i versi «seri» sarebbero più importanti di quelli umoristici - in questo elenco, sono Giovanni Capurro («'O sole mio», ma anche «Totonno e quagliarella»), E. A. Mario, Aniello Califano («'O surdato nnammurato» ma anche «Ninì Tirabusciò»), Rocco Galdieri, Ernesto Murolo. Di suo figlio Roberto, di cui Arbore è stato più che amico e discepolo e a cui è rimasto più che devoto, viene decantata la supremazia da fine dicitore alle prese (anche) con «'E dduje gemelle», «E allora» (Gill), «Pienzece buono Ciccillo mio». Solo a Carosone, l'inventore della canzone napoletana, e quindi italiana, moderna, viene dedicato spazio e importanza simile («La rivoluzione di un genio» si intitola il suo paragrafo).


A spiegare agli ultimi bempensanti e moralisti il valore di frizzi, lazzi, calembour, doppi e tripli sensi, scurrilità varie e testi a luci rosse arrivano analisi di brani come «M'aggia cura'» o «Agata», sempre della premiata coppia Pisano e Cioffi: «Nel testo lui ricorda vecchie partite di carte giocate insieme a lei, che però lo ha lasciato e che adesso è andata via. Da lì nasce il verso sublime di lui che medita un solitario, e che guardando verso l'alto pensa a lei».


Non mancano i «viventi»: fatto l'elogio di Vittorio Marsiglia come ultimo macchiettista, il libro si occupa anche de «Il mondo dopo Renato»: gli Squallor (sempre sia lodato il pornoromanticismo di «Curnutone»), l'antica socia Marisa Laurito, la canzone tamarra di Alan De Luca e Tony Tammaro (ma Federico Salvatore no?), Lucia Cassini, gli Shampoo. Mancano i Virtuosi di San Martino, i Posteggiatori Tristi, il Daniele Sepe/Capitan Capitone, il finto neomelodico Enzo Savastano, ma sono dettagli nella certezza condivisa con Arbore: una cantarisata napoletana vi/ci/li seppellirà. Sempre meglio che morire con una canzone triste, no?
 

Ultimo aggiornamento: 20 Novembre, 09:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA