Silvia Avallone e «Cuore nero», un viaggio al termine della notte

«Non si può dare un nome al male, né si può fuggire da se stessi»

Silvia Avallone
Silvia Avallone
di Francesco Mannoni
Giovedì 25 Gennaio 2024, 07:00 - Ultimo agg. 26 Gennaio, 07:26
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«Sassaia è un piccolo borgo in provincia di Biella che ho raggiunto a piedi percorrendo una mulattiera. Scoprire la sua lontananza dal mondo e il silenzio dei boschi è stato per me come un ritorno nel corpo dell'universo: un piccolo paradiso possibile per tutti, soprattutto per due persone che hanno un passato pesantissimo come Bruno ed Emilia». Con Cuore nero Silvia Avallone è al suo quinto romanzo: a Sassaia vive in solitudine Bruno, un'insegnante trentaseienne, che ancora è tormentato dal ricordo dell'incidente della teleferica in cui persero la vita i suoi genitori quando era bambino. Nella vecchia casa di una parente proprio accanto alla sua va ad abitare la trentunenne Emilia: la vede arrivare accompagnata dal padre che poi subito riparte. Nota subito il suo disagio, la sua voglia di sfuggire ad ogni sguardo, il suo vivere riluttante sotto il peso di un qualcosa che indurisce la sua anima e la rende selvatica e scontrosa. Due solitudini destinate ad incontrarsi, ma...

Come batte il cuore nero, Avallone?
«Questo romanzo mi ha messo di fronte a domande gigantesche, e l'ho scritto non perché avevo delle risposte.

Non si può dare un nome al male, né si può fuggire da se stessi. Entrambi i personaggi ci provano, ma sono dentro fino al collo nel loro disastro intimo. Non si può riparare un reato come quello compiuto da Emilia, che però ha pagato i suoi conti con la giustizia e deve vivere. Il dramma dei due non è ricucire una ferita che non si può ricucire, ma vivere con il peso di questa ferita soprattutto nel caso di Emilia - caricandosi il dolore sulle spalle e rendendo onore all'esistenza che comunque continua. Questa storia è una vertigine di vicende dolorose».

Bruno ed Emilia scoprono l'amore, ma la menzogna li separa.
«È impossibile amare nella menzogna. Io posso amarti solo per la persona che sei, e amare significa questo, che io ti prendo tutta intera come dice Bruno. Compreso l'orrore, ma tu non sei solo l'orrore. Questo è il grosso problema di tutti: l'orrore spaventa ogni essere umano e soprattutto un adolescente che ha più di una perplessità e molte domande senza risposta. Una parziale redenzione si verifica solo dentro una storia d'amore, qualcuno che ti guarda e ti dice: c'è stato l'orrore e ci sei anche tu, ma tu non sei solo l'orrore, e ti abbraccio».

Perché l'amore troppo spesso è violenza, rancore, odio, femminicidio?
«Il femminicidio penso sia un problema di potere. E poiché l'amore è il contrario del potere, dobbiamo liberare le relazioni da una dinamica di sottomissione. Se persiste la percezione che una femmina valga meno di un uomo e tutto nella società lascia intendere questo - vuol dire che siamo state educate con giochi che ci riportano alla bellezza frivola, alla cura della casa e dei figli. Invece dobbiamo vedere in modo diverso la nostra esistenza, eliminare la radice della sottomissione e liberare la relazione dal potere maschile. Se si riconosce la donna come un soggetto e non come un oggetto - qualcuno pari a te e non come meno di te, (il che vuol dire che non puoi picchiarla, violentarla o ucciderla), significa che ti rispecchi in lei, non la vuoi possedere ma accompagnare nella sua libertà».

Ma il crimine esisterebbe anche senza maschilismo e patriarcato. La sua esperienza nel carcere minorile di Bologna che cosa le ha insegnato?
«Che il disagio, il male sociale che nasce dall'emarginazione e dal vuoto educativo, è il male che noi abbiamo il dovere di arginare. Le periferie sono luoghi abbandonati, non si può pretendere che dei ragazzini nati nella totale emarginazione possano poi essere dei cittadini modello. Dobbiamo fare sentire questi ragazzini inclusi nella società, accolti. Dobbiamo stargli accanto, aiutarli se hanno una famiglia in difficoltà, farli studiare e strapparli dall'enorme solitudine dell'esclusione. Questo deve fare la società. La violenza, il porno, l'apparenza che dominano l'immaginario di questi ragazzi, non possono non favorire una deriva. Dobbiamo esserci con la nostra società, le famiglie, portare la cultura e l'arte al posto degli schemi di violenza. Il ricorso al digitale da parte dei ragazzi deve essere uno strumento, non l'educazione sostitutiva». 

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