Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Stefania Auci, parlo di me: «Mi manca l'anonimato, capisco Elena Ferrante»

Sabato 10 Settembre 2022 di Angelo Carotenuto
Stefania Auci, parlo di me: «Mi manca l'anonimato, capisco Elena Ferrante»

Una mattina Stefania Auci ha messo il cuore dentro alle scarpe e se n'è andata nel sud Italia di un altro secolo, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. Ha trascorso sei anni a studiare, come se fosse là. Aveva tempo e pensieri solo per i Leoni, si chiama così la famiglia dei Florio, armatori, industriali della Belle Époque, produttori di tonno, vino, tabacco. Vincenzo diventò senatore, suo figlio Ignazio finanziatore del giornale L'Ora, all'inizio liberal-democratico, poi soggiogato al fascismo, infine di proprietà comunista, impegnato al fronte delle inchieste su Cosa Nostra. C'è un mondo, dentro la famiglia Florio, il cui nome è legato pure a una corsa d'auto, la più antica d'Italia, più delle Mille Miglia. Quel mondo è diventato materia per una coppia di romanzi di Stefania Auci, trapanese, insegnante di sostegno in un istituto tecnico alberghiero di una delle zone di frontiera urbana più calde di Palermo, dopo aver lasciato un impiego al tribunale di Firenze per una storia di mobbing.

I Leoni di Sicilia e L'inverno dei Leoni (Editrice Nord, 2019 e 2021) hanno venduto con diverse decine di ristampe un numero di copie che lei nemmeno sa, («di preciso non te lo dice mai nessuno, e davvero non mi interessa»), ma che non si sbaglia a fissare intorno al milione. La sua vita ne è uscita stravolta. L'ha rimodellata come i bimbi la plastilina, ma non l'ha cambiata.
«Una vita normale di un'insegnante, con un suo privato, una famiglia, degli interessi. Adesso è un poco invasa, fa i conti con delle interferenze, come adesso che devo prendere dei testi in una libreria e sto facendo un'intervista mentre mi guardo in giro. Cerco di gestire tutto nel modo più sereno, con i miei momenti di stanchezza, senza rinunciare alle mie irremovibili priorità».

Se il successo non ha cambiato lei, quanto ha cambiato invece la scuola attorno a lei?
«Un pochino sì. Qualche genitore, qualche collega. Non quelli che mi vogliono veramente bene. Se mi prendevano a parole quando arrivavo in ritardo, continuano a farlo. Sento che forse adesso c'è più attenzione per il messaggio che posso portare, per una certa visibilità che mi permette di dire cose sulla scuola, che prima non si sentivano appieno».

Diciamole. Come sta in salute la scuola italiana?
«La risposta ufficiale è: speriamo bene. È un mondo martoriato. Speriamo che il prossimo governo, qualunque sia, abbia a cuore la formazione, l'edilizia scolastica, l'adeguamento degli stipendi agli insegnanti, la valorizzazione dei talenti, la conoscenza della realtà. Ci sono istituti nei quali, più delle Lim, nelle aule servirebbe l'aria, per tenere venti ragazzi sudati in un ambiente piccolo, tra settembre e ottobre, e poi di nuovo a maggio».

Che cosa si impara facendo l'insegnante di sostegno?
«La pazienza e il distacco. Se non sei paziente, con certi ragazzi, in certi contesti, conviene scappare. Il distacco è necessario, come per i medici, perché certe preoccupazioni non le puoi portare dentro casa senza uscirne disintegrata. Chi lavora con i sentimenti e con l'affettività, deve tirare una riga e trovare un limite. Non puoi permettere che entrino nel privato. Si impara con con l'esperienza».

È più facile riconoscere un bravo scrittore o uno studente furbo?
«Io non sono brava in nessuno dei due casi. Ne vedo di insegnanti bravi che credono di capire subito l'allievo che hanno di fronte. Ma siamo tutti diversi per stili di apprendimento e modi di fare. Io mi faccio prendere dall'allievo problematico. Quanto agli scrittori, c'è quella terribile faccenda del gusto che ci influenza. Ci sono scrittori che adoro e che altri detestano, o viceversa».

Che riferimenti letterari si è data per i suoi leoni?
«Guardi, lascerei perdere. Ho avuto già i miei problemi con questa storia. Mi sono sentita accusare di essermi paragonata a Tomasi di Lampedusa».

Nessuno ci sente.
«Se sgombriamo il campo da questo equivoco, La Casa degli Spiriti di Isabel Allende è stata una prima folgorazione, quando un amico mi spinse a scrivere una saga familiare. Ma sono stati decisivi Il Gattopardo e I Viceré, sicuramente».

Due titoli siciliani. Una volta, l'attore Enzo Moscato ha detto: «Io detesto chi è di Napoli e vuole parlare di Oslo». È così? Chi è nato in Sicilia deve scrivere di Sicilia?
«Siciliani o no, gli scrittori devono raccontare quello che conoscono meglio. Non ha senso avventurarsi per mondi ignoti, mai visti, mai sentiti, in un'epoca che non ti appartiene, che non hai studiato, un posto dove non ci sei stata con le scarpe dentro».

Lei come ha messo le scarpe negli anni dei Florio?
«Ho fatto uno studio di tre anni sulla documentazione e sulle fonti, altri tre di scrittura e riscritture, con un lavoro sulla lingua che è stato di pulizia, tagli, eliminazioni. Ho smussato, ho cercato di rendere le parole le più scarne possibile, semplici, pulite, a costo di essere definita banale. Vengo da una famiglia in cui si è sempre parlato in dialetto e i miei genitori mi hanno avuta in età avanzata. Tutti passaggi che mi hannio aiutata a recuperare un certo tipo di italiano. Se il clima è triste, non posso farci niente. Non potevo cambiare la realtà di una famiglia bersagliata dalla sfortuna e dalla cattiva gestione delle proprie risorse».

Che cosa c'è di affascinante nella decadenza?
«Ci riguarda, appartiene a tutti. Rappresenta la certezza che siamo fallibili. L'ascesa è emozionante ma è un privilegio per pochi. Il rovescio della fortuna è un'esperienza comune, non fosse altro che per il declino fisico della vecchiaia. Nella decadenza dei Florio sono entrata senza dare giudizi, primo perché non è nei poteri e nei doveri di uno scrittore, secondo perché davvero non ne ho».

Di cosa scriveva invece nelle sue fanfiction?
«Guardi che continuo a scriverle, anche se non lo sa nessuno. Nel senso che le metto online con il mio nickname segreto, mai rivelato, ho pochissimi commenti e ne sono felice. Se qualcosa mi manca della vita di prima è l'anonimato. Me lo riprendo così, e capisco perfettamente le intenzioni di chi scrive e pubblica con il nome di Elena Ferrante. Le fanfiction sono il mio ambito di libertà. Scrivo per scappare, per divertirmi. È un magnifico esercizio. Solo che se le dico di cosa scrivo, rischio che qualcuno mi scopra».

È un buon osservatorio sul mondo dei ragazzi?
«I lettori di fanfiction sono quanto di più trasversale si possa immaginare, vanno dai tredici anni agli ottanta. Certo, ragazze e ragazzi hanno maggiore dimestichezza con la piattaforma e gli strumenti di questa pubblicazione. Penso a Wattpad. Quello sì che è un osservatorio privlegiato per me insegnante. È molto interessante vedere come scrivono e cosa. È un canale dove in totale trasparenza si capisce in che modo assorbono le loro letture, come decodificano il mondo».

E cosa piace ai teenager?
«La possibilità di ripensarsi e ripensare. Viaggiano in altri universi letterari, gestiscono tipi nuovi di narrazione, sono affascinati dal what if. Una delle cose più interessanti che abbia letto è la storia su cosa sarebbe successo se i genitori di Harry Potter fossero sopravvissuti. C'è pure un mondo assai intrigante su Sherlock Holmes, vasto e parallelo a quello ufficiale».

Auci, che cosa vorrebbe in cambio del nickname? Cosa offrirle per rimunciare a questo pezzo di libertà creativa?
«Ci sono cose su cui non tratto. Niente, non mi offrite niente». 

Ultimo aggiornamento: 11 Settembre, 09:58 © RIPRODUZIONE RISERVATA