Vendere o svendere il brand Napoli? Il dibattito su Nagorà

Sabato 29 Febbraio 2020
Che cosa fa di Napoli un marchio? Che cosa, al di là di una narrazione che spesso la mortifica stringendola negli angusti confini dei più deteriori stereotipi, continua a portare qui – tre secoli dopo i viaggiatori del Grand Tour - i turisti del Terzo Millennio? E soprattutto: Napoli si può definire un brand?
 
Interrogativi ai quali, nel numero in corso di Nagorà (www.nagora.org), Carlo Freccero, Bruno Discepolo, Fabrizio Masucci, Riccardo Rossi, Gennaro Biondi, Maurizio D’Albora, Benedetta De Falco, Riccardo Imperiali di Francavilla - e nelle interviste Nino D’Angelo, Maurizio de Giovanni, Nino Daniele e Marisa Laurito - hanno risposto, dando vita ad un dibattito nel quale le opinioni, messe una accanto all’altra come le tessere di un mosaico, compongono una rappresentazione analitica e originale del “brand Napoli” e dei suoi sviluppi prossimi venturi.
 
Proprio quella del mosaico è la metafora scelta da Carlo Freccero, autore televisivo e massmediologo già direttore di Rai 2, per descrivere la città. Un «mosaico irregolare» che dà vita ad una metropoli con caratteristiche uniche. «La sua forza – scrive Freccero - trascende le sue radici in un mosaico irregolare e irripetibile, che la rende diversa da tutte le altre città. Napoli è all’avanguardia perché sfugge all’omologazione, conservando sempre la sua diversità».
 
Il cantautore Nino D’Angelo, parlando di un corpo sociale spaccato, auspica invece l’agognato «abbraccio tra popolo e borghesia», rivolgendo alle istituzioni, e in generale alle avanguardie partenopee, un appello accorato: «Per salvare Napoli, bisogna salvare i suoi giovani, e questo si fa soltanto con la cultura». Lo scrittore Maurizio de Giovanni, intanto, denuncia una narrazione da fiction e avanza un timore: «Napoli, capitale del Sud del mondo, corre il rischio di perdere la sua identità. Temo la plastificazione della città». Un tema, quello dell’identità, che Bruno Discepolo, urbanista e docente universitario, nonché assessore regionale all’Urbanistica, affronta nel suo editoriale intitolato «Il futuro di Napoli tra arte e folklore», descrivendo una città «incerta perfino nell'identificazione del suo passato non meno di quanto lo sia nel delineare il suo destino» e concludendo che «sullo sfondo, resta irrisolta la domanda di sempre, su cioè cosa Napoli voglia diventare nel suo futuro».
 
Qualche idea a riguardo, Nino Daniele, assessore comunale alla Cultura silurato da de Magistris, ce l’aveva. E ce l’ha ancora: «La partita - afferma - si gioca sui cervelli: non dobbiamo continuare a perdere intelligenze. La nostra vera tragedia, oggi, è l'emigrazione intellettuale. Però - aggiunge - sono molto ottimista: questa città ha un potenziale unico, ancora in gran parte inespresso». Una parte significativa di quel potenziale lo trovi tra le pieghe di un pentagramma. Marisa Laurito, attrice, cantante e direttrice artistica del Teatro Trianon, ne è convinta: «La canzone napoletana oleografica? Macché: può creare lavoro», spiega a Nagorà. E aggiunge: «Dobbiamo migliorare l'accoglienza e difendere i nostri prodotti.
 
Il web magazine edito dall’associazione culturale "Nagorà - Laboratorio di idee" con l’intento di formulare proposte per lo sviluppo socio-economico di Napoli e della sua area metropolitana, voluto da Francesco Tuccillo, propone anche un focus sulla casa di moda campana Kiton, realtà aziendale riconosciuta sulla scena della moda internazionale, con oltre 750 dipendenti con più di 50 monomarca in 15 Paesi e un programma di nuove aperture molto ambizioso. Ad intercalare il dibattito sull’identità di Napoli e sulla sua “vendibilità”, le incursioni sull’attualità a firma dello storico e analista politico Paolo Macry e di Carlo De Luca, architetto e presidente di InArch Campania.
 
Ad arricchire il numero, il contributo di Fabrizio Masucci, direttore del Museo Cappella Sansevero, il sito culturale più visitato della città. Nell’articolo dal titolo “La Cappella Sansevero al di qua del mito”, Masucci cita Achille Campanile: «Napoli è la mia nostalgia. Certe volte, quando sono in viaggio in città lontane, penso a Napoli con desiderio e non trovo nulla che le somigli». Parole che ispirano un dubbio: «Talvolta, ripensando a questo passo, mi viene da chiedermi se la nostalgia di Napoli non sia soltanto uno stato d’animo di chi dalla città è distante, ma anche – e più profondamente – uno squilibrio emotivo con cui devono fare i conti persino coloro che a Napoli ci vivono. Mi domando cioè – scrive Masucci - se, per trovare qualcosa che somigli alla “propria” città, ciascuno di noi, pur abitandoci, non sia costretto a chiudere porte e finestre e dare corso all’immaginazione».
 
E mentre Riccardo Rosi, architetto e segretario di InArch Campania, rileva nella sua analisi che «Napoli è amata visceralmente e altrettanto disprezzata perché è forse l’ultima città italiana in cui resiste un’autentica cultura popolare», per concludere che «Napoli dovrà imparare a convivere anche con il contemporaneo se vorrà preservare i caratteri del suo passato», Gennaro Biondi, docente di Economia delle aziende, si concentra sul ruolo della cultura, segnalando una contraddizione: «Nell'ultima indagine di Euromonitor International  sul posizionamento delle maggiori città nella graduatoria relativa alla cultura, Napoli occupa il 32° posto, ma è quarta alla voce "densità offerta culturale" (ovvero il numero di spettacoli per 100 kmq), alla quale corrispondono rispettivamente il 30° posto nella "dotazione di strutture", il 45° relativo a "librerie", il 77° nell'offerta di "concerti", l'84° nel settore "biblioteche"», sottolinea.
 
La discussione sul “brand Napoli”, e sulle conseguenze della sua commercializzazione, continua. Naturalmente, su Nagorà.
  © RIPRODUZIONE RISERVATA