Vincenzo Di Rosa, “Mostra come medium” da Warhol a Cattelan

Lo studioso casertano ricostruisce l'evoluzione del concetto di mostra dagli anni '60 ad oggi

Vincenzo Di Rosa, “Mostra come medium” da Warhol a Cattelan
di Giovanni Chianelli
Venerdì 7 Luglio 2023, 12:07 - Ultimo agg. 12:40
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È dagli anni ’60 che il concetto di mostra d’arte si è evoluto, raffinato, stravolto. Da Andy Warhol a Maurizio Cattelan la mostra non è più solo un mero contenitore ma molto spesso si rivela – anche, se non principalmente - il contenuto del progetto artistico. Può quindi essere diventata, l’esposizione, una nuova categoria espressiva? La mostra è, in sé, una forma d’arte? Se lo chiede lo studioso casertano Vincenzo Di Rosa, ricercatore alla Iulm di Milano, nel volume “Mostra come medium” (Mimesis, pagine 282, euro 28). Partendo dal secondo ‘900 analizza diverse esperienze in cui gli artisti-curatori trasformano la mostra in un'occasione di ricerca: “Uno spazio d'azione dove ricalibrare il rapporto tra opere e spettatori, ridisegnare criteri selettivi e curatoriali, coltivare forme di dissenso politico, organizzare inediti mondi finzionali”.

Il volume, che si inserisce nei campi di ricerca degli exhibition studies e visual studies, è diviso in tre macro capitoli: nel primo viene enucleato lo statuto mediale delle mostre d’arte contemporanea e la sovrapposizione tra pratica artistica e curatoriale; nel secondo l’autore propone una “controstoria” delle mostre viste alla luce dell’ipotesi oggetto della ricerca prendendo come modello le mostre labirinto, quelle politico-attiviste, anti-museo, autoritratto e fiction. Nell’ultima parte il lavoro di due artisti francesi attivi dagli anni ‘90, Philippe Parreno e Pierre Huyghe, viene posto come emblematico della potenzialità del medium mostra, dai criteri di allestimento alla fruizione spettatoriale.

È nella seconda sezione del lavoro che si entra nel vivo: dopo aver analizzato esperienze come quella de “Les immaterièux” e di Group material, Di Rosa racconta la vicenda di “Raid the icebox 1 with Andy Warhol” del 1969, la stessa in cui l’allestimento fu deciso dall’artista con la battuta “Just like that”: in soldoni, le opere dovevano essere esposte come si trovavano nel deposito e di un deposito dovevano suscitare l’atmosfera. Scrive Di Rosa: “La sua selezione rispecchia pienamente quella complicità ingenua e innocente, e al contempo ironica e critica, che sembra il punctum del suo lavoro.

Il Warhol curatore è identico al Warhol artista, ma anche al Warhol collezionista”.

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Di Huyghe viene studiata l’esposizione “L’expedition scintillante: a musical” del 2002, di Parreno “Anywhere, anywhere out of the world” (2013).  L’uso delle immagini nella prima e la presenza di segni accidentali nella seconda sembrano riflettere una critica al modello narrativo tradizionale in cui l'addizione di realtà è espressione di un “ripensamento della progettualità espositiva che porta l'artista a concepire la mostra (…) come regione percettiva in cui l'esperienza sensibile è riarticolata secondo un respiro diverso”.

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