Quando Napoli fu una stanza delle meraviglie: le «Wunderkammer napoletane» raccontate da Attanasio

Giovedì 23 Dicembre 2021 di Marco Perillo
Quando Napoli fu una stanza delle meraviglie: le «Wunderkammer napoletane» raccontate da Attanasio

Ben prima dell’esistenza dei musei c’erano le “Wunderkammer”, termine tedesco che sta letteralmente a indicare le “stanze delle meraviglie”, veri e propri scrigni in cui i visitatori potevano ammirare sorprendenti collezioni di animali imbalsamati, ossa di specie particolari, rocce, metalli e quant’altro potesse suscitare interesse nei secoli passati. Di questi “gabinetti di curiosità” Napoli fu capitale tra il Cinquecento e il Settecento. Ce lo ricorda nell’appassionante volume “Wunderkammer napoletane” (Rogiosi editore, 296 pagine, 18 euro) Sergio Attanasio, docente di Architettura alla Federico II, presidente dell’associazione Palazzi Storici Napoletani, fondatore del Premio internazionale Cosimo Fanzago.

Il suo è un vero e proprio excursus, dimora per dimora, delle sbalorditive raccolte – quasi tutte scomparse o confluite in qualche museo – che si potevano ammirare nelle case nobiliari partenopee. Nella città più popolata al mondo dopo Parigi, con la nuova disponibilità economica cui potettero beneficiare le classi più agiate dall’avvento degli Aragonesi fino all’epoca borbonica, passando per il vicereame spagnolo, si verificò una incredibile corsa a chi edificasse il palazzo più mirabolante, con il mobilio più pregiato, l’abbellimento più ricercato, i marmi più costosi, le sculture più rifinite. Tra Seicento e Settecento, complice il gusto barocco e rococò, non fu un caso che i portali dei palazzi nobiliari assomigliassero sempre più alle macchine da festa, con giardini pensili e scale ad ali di falco.

A questa volontà di sorprendere non si sottrassero le “stanze stupefacenti e mnemoniche”, come le definisce José Vicente Quirante Rives nella sua introduzione; da palazzo Berio al Doria d’Angri, dallo Zevallos di Stigliano al Pignatelli di Monteleone, dal Carafa della Spina al Filangieri d’Arianiello la ricostruzione della storia e dei dettagli architettonici, ma soprattutto degli interni – sopravvissuti e non – da parte di Attanasio è meticolosa e rappresenta una fonte preziosissima per la conoscenza degli edifici aristocratici napoletani.

Tra le tante camere delle meraviglie, la più celebre e la più imitata fu senz’altro quella di Ferrante Imperato, ammirato speziale del Cinquecento operante in via Santa Chiara, studioso di storia naturale e proprietario, nella sua residenza di Monteoliveto, di quello che potremmo definire un “teatro” di metalli, piante, vegetali e animali. Un coccodrillo pendeva dal soffitto, alle pareti camaleonti, serpenti, armadilli, corni di rinoceronti e ippopotami, denti di bove, vitelli con due teste e quant’altro potesse rapire le pupille altrui. Esempio massimo di una moda che rincorreva i naturalia e gli artificialia, che puntava a un sapere totalizzante, ma allo stesso tempo, come sottolinea Quirante Rives, metafora di una città perduta.

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