Achille Bonito Oliva: «È una mostra sul ritratto manierista il mio unico rimpianto»

Giovedì 22 Luglio 2021 di Alessandra Pacelli
Achille Bonito Oliva: «È una mostra sul ritratto manierista il mio unico rimpianto»

Tutto quello che avreste voluto sapere su Achille Bonito Oliva e non avete mai osato chiedere. Al Castello di Rivoli museo d'Arte Contemporanea (Torino) si è appena inaugurata la mostra «A.B.O. Theatron. L'Arte o la Vita» che indaga la figura di uno dei più importanti storici dell'arte, critici e curatori contemporanei, che ha da poco conquistato, magnificamente e col piglio di sempre, il giro di boa degli 80 anni (è nato a Caggiano il 4 novembre 1939). Curata da Carolyn Christov-Bakargiev e dallo stesso Bonito Oliva, con il coordinamento di Andrea Viliani, la mostra mette insieme tutti i tasselli di un puzzle pubblico e privato che attraversa la storia dell'arte degli ultimi decenni, raccogliendo documentazione di allestimenti, carte d'archivio, materiali televisivi Rai e opere d'arte imprescindibili: «Primo piano labbra» (1965) di Pino Pascali, «Lo Spirato» (1968-73) di Luciano Fabro, «Silenzioso mi ritiro a dipingere un quadro» (1977) di Mimmo Paladino, «Cani con la lingua a spasso» (1980) di Enzo Cucchi, «Il cerchio di Milarepa» (1982) di Francesco Clemente, e ancora Chia, De Maria, Pistoletto, Mauri, Nam June Paik, Duchamp.

«E in tutto questo, io sono il curato e il curatore», ribadisce soddisfatto Bonito Oliva.

Perché «L'arte o la vita»? Le due cose per lei non si sono sempre intrecciate strettamente?
«Gli intellettuali usano l'arte per sublimare la vita. Io invece credo di aver dato nuovo impulso alla figura del critico, che prima era una figura laterale, ancillare. E invece bisogna sempre tener presente che se l'artista crea, è il critico che riflette».

Davvero lei ha scardinato tutti gli stereotipi della critica d'arte?
«Non ci voleva molto. Anche il mondo della cultura è invaso da mentalità scontate, prevedibili. Ho affrontato un territorio di cui conoscevo bene positività e difetti, scegliendo di mettermi in gioco in prima persona dialogando con opere ed artisti. L'artista è il mio nemico più intimo e dei nemici, si sa, bisogna sempre avere rispetto».

Se non fosse diventato un critico, che lavoro avrebbe fatto?
«Io sono leggendario perché sono laureato in Legge. Così ho assecondato le aspettative familiari e solo in un secondo momento mi sono iscritto a Storia e Filosofia... avrei potuto fare il notaio, ma è quando di più lontano c'è dal mio sentire: il notaio registra le cose degli altri, io invece impongo il mio pensiero».

Fecero scalpore le sue fotografie da nudo uscite su «Frigidaire» nel 1981... oltre alla forte carica provocatoria, quale era il loro senso?
«Non ho mai pensato di spogliarmi per provocazione. È l'arte che mette a nudo l'umanità, quindi io non ho fatto altro che evidenziare il mio confronto diretto con l'arte, senza interposta persona. Un corpo a corpo. E poi la verità è che io mi piaccio!».

Questa celebrazione così plateale che le fa il Castello di Rivoli, altri l'hanno avuta solo post mortem... Per lei non è come assistere al suo funerale, che poi è il sogno segreto di tutti?
«No, assolutamente no. Oltretutto io sono anche co-curatore della mostra proprio per ribadire la mia celebrazione in vita. Il mio rapporto con l'arte è di erotico conflitto, produce dialogo e nuove idee culturali».

Dunque, il trionfo del narcisismo?
«Perché no, in fondo è un tema alto, molto rappresentato nell'arte. Non come la vanità che è solo il prêt-à-porter del narcisismo».

Cosa c'è di imperdibile in questa mostra?
«È impossibile dirlo, perché documenta tutto il mio percorso - le mostre, il libri, i miei esordi nel mondo della poesia, gli incontri, il contesto storico in cui tutto ciò avveniva - che ha portato anche alla scoperta di nuove forme di creatività. E l'insieme di tutto questo che ne determina l'imperdibilità».

Domanda d'obbligo: cosa rimane oggi della Transavanguardia, che lei tenne a battesimo nel 1979?
«Resta la teoria, un apparato teorico che stimola negli artisti di oggi una mentalità nomade, aperta, a cui i giovani ancora si rifanno. E poi resto io: parafrasando Flaubert a proposito di Madame Bovary, io dico la Transavanguardia c'est moi!».

Quale è stata la mostra che più le è piaciuto curare?
«Questa, perché parla di me in maniera sfacciata. Ma andando indietro nel tempo ho molto amato le prime curate per Lucio Amelio, poi Contemporanea, Vitalità del negativo (con Graziella Lonardi Buontempo), Minimalia, mostre oramai storiche che all'epoca svilupparono un'attenzione per l'arte non dogmatica ma nomade. Critici si nasce, artisti si diventa, pubblico si muore (per indigestione estetica) e questa mostra lo dimostra benissimo».

E la mostra che invece le sarebbe piaciuto curare e non ha (ancora) fatto?
«Una mostra sul ritratto manierista. Nel Cinquecento nasce l'idea dell'arte come metalinguaggio che non documenta più la realtà ma la ricrea. Sul tema ho scritto anche un libro, Ideologia del traditore».

C'è qualcosa invece di cui si è pentito?
«Ancora no».

Oggi si fa un gran parlare di arte cinese, ma è davvero così interessante il panorama orientale?
«Io sono stato il primo a sostenere l'arte cinese, portandola alla Biennale di Venezia, e ancora oggi sono chiamato a curare mostre a Shanghai e in altre città. Esiste un'arte cinese che viaggia a livello internazionale e che rappresenta una grande cultura autonoma».

E l'America, dove si è fermata?
«Dagli anni 50 agli anni 80 del Novecento, l'America è stata il riferimento dell'arte internazionale. Oggi mi sembra che viva un rallentamento: c'è sempre attivismo ma in assenza di novità è solo una conferma di un sistema già articolato».

E l'Italia?
«Non è il momento di creare nuovi movimenti e gli artisti invece di fare gruppo è meglio che stiano in fila indiana. In Italia c'è dinamismo, collezionismo, buone gallerie, ottime premesse perché continui una fertilità creativa che è inarrestabile. Da secoli».

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